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Il bullismo nasce a scuola? No, basta guardare gli adulti

Barrilà, il sentimento sociale va ricostruito, i ragazzi imitano i grandi

bullismo tra ragazzini in un corridoio scolastico foto iStock. © Ansa
  • di Agnese Ferrara
  • 05 febbraio 2020
  • 16:17

Il bullismo nasce a scuola? Niente affatto, non è circoscritto nelle classi e riguarda tutti, non solo i nostri figli. Fornire decaloghi e ricette ‘anti-bulli’ a professori e genitori equivale a non volere ‘vedere dentro’ il problema, rischiando di perdere tempo inseguendo cliché. Mettere in conto alla scuola e ai ragazzi il fenomeno crescente delle prepotenze significa avere ostinate ed errate convinzioni su un fenomeno che invece è generato direttamente dagli adulti ed è urgente che l'intera società se ne occupi, in primis lo Stato investendo in operatori sociali che invece sono agli sgoccioli. L’analisi, diversa dal solito, è quella di Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore di numerosi fortunati volumi, molti tradotti all’estero.
Lo specialista ribalta la prospettiva culturale con cui finora è stato trattato l’argomento, spostando lo sguardo dai ragazzi al mondo degli adulti che processano i “bulli” senza fare i conti con il sistema educativo e culturale da cui tali comportamenti violenti si generano. “Siamo immersi in un brodo di bullismo. Perché una società violenta vuole processare i ragazzi? Prima converrebbe approfondire come stanno davvero le cose, - spiega Barrilà nel libro ‘Tutti bulli. Perché una società violenta vuole processare i ragazzi’ (Feltrinelli editore).
Come stanno, quindi, davvero le cose? Risponde all’ANSA lo specialista: “Il mondo è diventato bullo, la sopraffazione dilaga in primis fra gli adulti. L’aggressività si annida nelle famiglie, è sfruttata a tutti i livelli e anche da quei personaggi pubblici che al contrario dovrebbero agire per il bene comune, come i rappresentati del mondo della politica che urlano nei talk show, prevaricando gli altri mostrandosi vincenti. I comportamenti violenti sono sempre più frequenti, dentro e fuori le case, come si può pensare che i bambini non ne acquisiscano i comportamenti?”.
“Gli atti di prepotenza sono dannosi non solo per la vittima, lo sono anche per lo stesso bullo che in realtà nasconde grandi fragilità che derivano da carenze familiari, dal sentirsi incapace, un fallito. - spiega Barrilà. - "Il bullo però conosce la strada della sopraffazione e la mette in opera. “Piuttosto che cadere io faccio cadere gli altri” è il suo pensiero nei confronti del gruppo dei pari. E’ franato il ‘sentimento sociale’ che equivale ad avere un genuino interesse verso il prossimo. Il bullismo è un allarme sull'intera struttura sociale, anche in chiave evoluzionistica perché vengono meno la collaborazione e la solidarietà e non preoccuparsene provoca danni gravi a tutti”.
Il fulcro della questione non è perciò concentrasi sui singoli casi di bullismo ma allargare lo sguardo: i prevaricatori hanno perso il senso naturale ed ‘evoluzionistico’ della cooperazione umana, qualità che ha permesso alla nostra specie di evolversi e prevalere. Perso il ‘sentimento sociale’ di supporto e di generosità fra simili l’equilibrio si è spezzato. “Se non ne prendiamo atto di questo aspetto, della perdita del valore del sentimento sociale di supporto, sarà sempre peggio” precisa l’autore che boccia anche gli interventi coercitivi nei confronti dei ‘carnefici’ perché ripeteranno le violenze. “Ogni caso di sopraffazione cela una storia unica di sofferenza. Quel comportamento andrebbe prima compreso e poi educato. Il bullo è frutto di errori pedagogici reiterati, trattandolo in modo ‘poliziesco’ lo rovineremo”.
La prevaricazione ha anche una altra radice, relativamente nuova e profondamente legata alla società contemporanea orientata ad esaltare i vincenti e rinnegare i fallimenti. “Educare i propri figli a vincere non tollerando i loro insuccessi grava sulle loro spalle provocando distorsioni e grande senso di frustrazione, - sottolinea Barrilà. “Quante volte ci si sente dire di vivere ‘alla grande’, come un ‘top player’ distorcendo la realtà perché è veramente coraggioso chi acquisisce la capacità di tollerare l’insuccesso, che è parte integrante della nostra vita e molto più presente di quanto non lo sia il successo”.
Come si affronta e risolve il problema? Risponde l’esperto: “Le iniziative di qualche professore o istituto scolastico volenterosi non bastano. E’ il ‘sentimento sociale’ che va ricostruito in primis dalle istituzioni. Il Ministero del welfare è ancora settato su una cinquantina di anni fa’ ma la società è profondamente cambiata. Abbiamo un numero di operatori sociali insufficienti, invece dovrebbero dare adeguato supporto alle famiglie sempre più franate ed in difficoltà. Affiancare le persone, non lasciarle sole, ed affiancare anche i professori con educatori formati ed in grado di avviare un processo di recupero dei soggetti fragili, bulli e vittime. Lo Stato è uno Stato se si prende cura della intera società”.

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