Società & Diritti

Smart working, cosa è e perchè può essere una possibilità in tempi di coronavirus

Cambiamento culturale e vantaggi per l'ambiente

smart working per un giovane lavoratore . foto iStock. © Ansa
  • Redazione ANSA
  • 09 marzo 2020
  • 18:50

“C’era una volta, neppure tanti anni fa, l’ufficio tradizionale, dove si doveva tutti essere presenti alle 9 al massimo, e dove tutti gli impiegati lavoravano fino alle 18, timbrando un cartellino cartaceo quattro volte al giorno”, spiega Roberto D’Incau , Founder&CEO Lang&Partners, scrittore, headhunter ed executive coach attualmente in tutte le librerie con “Il Lessico della Felicità”, un manuale nato con l’obiettivo di spiegare attraverso 33 parole chiave come affrontare lo stravagante disturbo che è la vita, compresa quella lavorativa. L’idea che ci debba essere una presenza fisica in ufficio è  ancora nella testa di molti: una azienda italiana su due non ha mai preso in considerazione l’ipotesi - se non in questa situazione di emergenza da coronavirus - che i suoi dipendenti possano lavorare con lo smart working. Lo smart working, qui sta l’opportunità e al tempo stesso la difficoltà, non è solo una possibilità tecnologica come si pensa comunemente: in realtà presuppone un approccio manageriale nuovo in cui le persone godono di autonomia nella scelta di dove lavorare (da casa, in un coworking, in un caffè) e di quando lavorare, perché sono responsabilizzati sui risultati e non oggetto di micromanagement come faceva il capufficio di qualche decennio fa.

Quali sono i vantaggi? Per l’ambiente è evidente che far lavorare una percentuale maggiore di persone da remoto ha un impatto ambientale positivo molto forte: traffico, emissione di CO2, trasporti pubblici meno ingolfati, ecc. Inoltre, lo smart working è percepito come un vero e proprio benefit dai lavoratori, che già in fase di colloquio porta a preferire le aziende che lo offrono regolarmente.
Per le aziende questa modalità di lavoro è invece il frutto di una nuova cultura manageriale che, a fronte di una maggiore responsabilizzazione del lavoratore, offre più flessibilità e autonomia: lo smart working richiede quindi non solo un cambiamento tecnologico, ma un vero e proprio cambiamento culturale nella leadership. Presuppone infatti una riflessione organizzativa in cui i vecchi modelli di postazione di ufficio fissa e di orario imposto non funzionano più, a fronte dei cambiamenti che il nostro modo di lavorare ha avuto negli ultimi anni, prima fra tutte con la digital transformation. E’ dimostrato dagli studi, a fronte di questo maggiore empowerment del lavoratore, un impatto positivo sulla produttività, e anche un risparmio di costi: le aziende non devono più prevedere sedi monstre, con una scrivania per ogni singolo lavoratore, ma spazi condivisi più piccoli, sulla base del bisogno effettivo di essere presenti in azienda. Il pregiudizio che lo smartworker non lavori, paura di manager con uno stile fortemente orientato al micromanagement, è assolutamente infondato, dice l'esperto, è vero il contrario.

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