Arriva "Se vince la mafia"

Viaggio tra i diritti rovesciati, di Davide Mattiello

Redazione ANSA ROMA

(ANSA) - ROMA, 17 GIU - Nell'anno 2112, "la mafia era al governo del Paese".
    Tra le pareti scrostate di un carcere, a metà tra un lager nazista e un istituto di massima sicurezza, e attraverso gli avvincenti dialoghi di due compagni di cella e le curiose vicende di una guardia e del direttore del penitenziario, si svela il nuovo ordine costituito. La mafia legifera e amministra la giustizia e, pertanto, l'eroina è legale, il "reato di infamità" prende il posto dei delitti di corruzione e di omicidio, il 41-bis è rivolto ai giusti e a chi non risponde di alcuna accusa.
    Ce lo racconta "Se vince la mafia" di Davide Mattiello che, come in un romanzo di Jules Verne, conduce il lettore in un inquietante ma divertente viaggio tra i diritti rovesciati di un mondo apocalittico, forse così troppo vero da non sembrare reale.
    Il libro, pubblicato da "Einaudi Ragazzi", nasce "per aiutare i più giovani a ribellarsi". Parlare loro di mafia è, però, impresa ardua. Un po' perché non ne avvertono l'esistenza o ne hanno una percezione sfumata, o perché le nostre ferite gli appaiono preistoria, o perché è più facile identificarsi con il riccone temerario piuttosto che con il professorino dagli occhiali spessi e squattrinato, o perché l'antimafia abusata ha consegnato messaggi di rassegnazione, o chissà per quale altro perché. Sta di fatto che i convegni per le platee giovanili hanno finito talvolta, contrariamente ad ogni buona intenzione, per trasmettere la noia o il vuoto della legalità: telefonini nascosti tra le ginocchia e battimani solo all'alzata di sopracciglio del maestro deluso e nervoso, hanno riempito aule magne e sale cinematografiche affittate per l'occorrenza.
    Davide Mattiello, probabilmente per la sensibilità coltivata nei campi di battaglia a tutela delle vittime, ha trovato una strada in cui la "lezione" sulla mafia e sulla democrazia non sembra essere tale. La formula è l'apparente leggerezza, l'ironia del paradosso, la semplicità del testo, la storia ben congegnata, il linguaggio asciutto e privo di acrobazie stilistiche, sì che l'opera si rivela di immediata gradevolezza anche per i più restii o i più distratti.
    "Se vince la mafia" sa, dunque, parlare ai giovani. Ma, soprattutto, sa farsi ascoltare. Non si avventura, infatti, negli astrattismi della legalità quale fondamento dello stato di diritto, ma ne rappresenta, quale effetto necessario, la concretezza della libertà: i giovani preferiscono sentirsi liberi e non legalizzati. Non ricorre a dotte considerazioni sul bene comune, a inviolabili dogmi giuridici, né si affatica a convincere sulla convenienza del rispetto delle leggi. Si limita, invece, più semplicemente, a presentare al lettore, in maniera plastica, il dirupo che ha di fronte. Le conseguenze sbucano da sole, come nel primo piano di un pugno allo stomaco, senza accompagnarle da giudizi morali pronti a essere inoculati perché, scrive Mattiello, le nozioni di buono e cattivo, in un ordinamento, non sono mai universali. Basta, allora, la cruda immagine di quel dirupo per sancire, implicitamente e senza paroloni ad effetto, la sacralità della Costituzione che "consente a tutti di correre allo stesso modo", e per evidenziare che il potere mafioso è contrario al principio di uguaglianza e al diritto alle proprie aspettative. Ed è sempre quel dirupo che avvisa, con un loquace silenzio, che, quando il "codice d'onore" sostituisce il codice penale mentre la tenerezza è bandita dal vivere sociale perché "è fatta di immedesimazione nei panni dell'altro", ruzzolare è inevitabile, tanto per gli uomini con le pance piene che per quelli con le tasche vuote.
    "Se vince la mafia" è, quindi, innanzitutto, un libro per i ragazzi che custodisce una bussola, forse una lampada di Aladino, dove i giovani possono trovare da soli, senza la pressante regia educativa, le loro risposte. Ma, con lo stesso piacevole inganno del "Piccolo principe", è anche un libro per gli adulti, per coloro che credevano di sapere e di essere, ormai, oltre il dilemma delle scelte. Le vicende della narrazione, seppure esasperate in funzione del paradosso, richiamano quei tanti accadimenti che noi, i grandi, siamo in grado di riconoscere e di collocare, spesso, in epoca successiva allo spartiacque del 1992. Eppure, questo è l'anno dell'alfabetizzazione di massa sulla mafia, il tempo dopo il quale nessuno poteva più firmare celandosi dietro a una ics. "Se vince la mafia", allora, racconta anche, con lo stesso garbo usato per i giovani, che l'assenza di morti e il tacere delle bombe sono stati gli alibi dei troppi miopi che hanno voluto ignorare sentendosi innocenti, avvinti dal commodus discessus di preferire "la tranquillità alla libertà". Così, Mattiello avverte, con un elegante fil di voce, che l'anno 2112, nell'evoluzione subdola degli accadimenti silenziosi e tollerati, può non essere tanto lontano.
    Non è un caso che, nel libro, la nascita del governo mafioso coincide con la "piccola forzatura formale" del giudice buono, motivata dall'ardore di liberare il Paese da legami indicibili, e che, di per sé, potrebbe trovare il plauso dei coraggiosi.
    Fuori dalle regole, però, il bene e il male si confondono, oltrepassano il confine che, se ci si volta indietro a cercarlo, non esiste più. Nell'asciutta locuzione del magistrato che ammette la violazione, seppur piccola, si intravede, quindi, la genesi della deriva dell'antimafia, quella che, dopo il '92, fu predata dai faccendieri e piegata agli intrallazzi, quella che, più di qualunque epocale riforma, muovendosi nei sotterranei e bardata di legalità, può far sì che nel 2112 "la mafia era al governo del Paese".
    Anche la "donna morta senza giustizia", che Davide Mattiello ha accompagnato con dedizione nella ricerca della verità, vuole ricordarci, in punta di piedi e senza indici puntati come mitra, che i tribunali, a cui è comodo delegare (e relegare) la questione mafiosa, non sempre, da soli, possono entrare in scena come il deus ex machina, non essendo entità autosufficienti ma elementi di un sistema complesso di responsabilità collettiva.
    "Se vince la mafia" è, dunque, un libro di fantascienza che non è di fantasia, ironico ma per alleggerire il dramma, destinato ai ragazzi ma rivolto agli adulti. Ed è, soprattutto, oltre ogni definizione canonica, una lirica sulla democrazia che fa venire la voglia di sbracciarsi daccapo per recintare quel dirupo.
    (La recensione è di Marzia Sabella, procuratrice aggiunta di Palermo)

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