Tragedia Secondigliano: superstite, sogno vittime ogni notte

Lui e altro operaio su scavatrice: "trascinati come moscerini"

(ANSA) - NAPOLI, 23 GEN - Ricorda tutte le ultime parole di ciascuno dei colleghi, operai come lui in quel cantiere, prima che l'esplosione li uccidesse, ma quelle di Gennaro le tiene impresse a fuoco nella memoria. A parlare è Franco Concilio, 79 anni, uno dei sopravvissuti (l'altro è il figlio del titolare della ditta per la quale lavorava) della cosiddetta tragedia di Secondigliano, avvenuta a Napoli esattamente 25 anni fa, il 23 gennaio 1996. Una strage causata da una violenta esplosione che squarciò la terra aprendo una voragine larga 30 metri in coincidenza con un quadrivio.
    A innescarla fu una perdita di gas, durante i lavori sotterranei per le realizzazione di una galleria. Ci furono undici morti: sei operai, due persone che erano a bordo delle rispettive auto e tre inquilini di un palazzo crollato a causa dello scoppio. Il corpo di una delle vittime, una ragazza, Stefania Bellone, non venne mai trovato.
    Franco non ha mai avuto la forza di parlare prima di quello che gli è accaduto e soprattutto non ha mai amato cerimonie e l'interessamento delle istituzioni. Per lui l'unica cosa che conta è che non ci sono piú i suoi amici ed altre persone coinvolte nella strage.
    "Avevamo finito di lavorare, - racconta - e mentre ci preparavamo per uscire. Chiacchieravamo, come sempre, a fine turno. Io ero sulla scavatrice, dovevo portarla all'esterno. I miei colleghi erano vicino ai loro mezzi. Mi é rimasto impresso Gennaro De Luca, 'Cutegna' per gli amici. Mi diede appuntamento fuori, - ricorda Franco che all'epoca aveva 55 anni - mi disse che finiva di sistemare e sarebbe uscito anche lui, cinque minuti, quei cinque minuti si sono trasformati in eternità".
    Sulla scavatrice aveva percorso buona parte di quella galleria quando avviene la deflagrazione: "Improvvisamente sentii un boato - dice - e il mio mezzo fu trascinato all'indietro, capii che qualcosa stava succedendo, si appese alla mia scavatrice un altro collega, sembravamo due moscerini, sembrava un film, la mia scavatrice veniva trascinata all'indietro e girandomi, vedevo la fiamma che mi veniva incontro".
    Malgrado tutto Franco riesce a non perdere lucidità, forse proprio per questo è ancora vivo: "ho messo al massimo i motori e sono riuscito ad uscire insieme al collega. Subito dopo ci siamo resi conto di quello che stava succedendo, abbiamo visto che non salivano gli altri e siamo subito rientrati un'altra volta, ma ad un certo punto ci siamo dovuti arrendere, le fiamme erano troppo roventi e troppo alte, era umanamente impossibile continuare a provarci".
    "Da quel giorno qualcosa é cambiato - conclude Franco - non c'é giorno che non penso ai miei amici e non c'é notte che non li sogno, un attimo prima eravamo tutti insieme come sempre a lavorare, un attimo dopo la tragedia". (ANSA).
   

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