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Un grande sforzo collettivo per accelerare la sostenibilità

L’evento di apertura del Festival dello sviluppo sostenibile testimonia una crescita di attenzione di imprese e società civile, ma anche la necessità che la politica modifichi le sue priorità

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Come sono cambiate le prospettive della sostenibilità a seguito della pandemia che ha colpito il mondo quest’anno? Gli obiettivi di salvaguardia ambientale e di inclusione sociale rischiano di essere accantonati a causa della emergenza sanitaria o siamo di fronte a una nuova coscienza collettiva che ci aiuterà ad affrontare le crisi? Questa complessa esplorazione si è aperta con l’incontro di avvio del Festival dello sviluppo sostenibile.

L’evento “Dalla crisi alla ripresa: trasformare l’Europa e l’Italia nel segno dello sviluppo sostenibile” si è aperto alle 10 del mattino di martedì 22 all’Auditorium Macro di Via Nizza a Roma e si è svolto in parte in presenza e in parte on line, con oltre 100mila visualizzazioni. È iniziato con il Quintetto d’archi della Young talent orchestra EY, che ha eseguito il primo movimento della sesta sinfonia “Pastorale” di Ludwig van Beethoven. Il presidente dell’ASviS Pierluigi Stefanini ha introdotto ringraziando tutti i soggetti che sostengono il Festival e gli oltre 270 aderenti all’Alleanza. “Ormai tutti parlano di sostenibilità; questa parola è entrata nel marketing e anche la politica la usa tantissimo. Ma è ora di agire. In questi cinque anni, da quando l’Onu ha approvato l’Agenda 2030, sta crescendo una sensibilità che va incoraggiata. Il concetto di resilienza trasformativa che abbiamo messo sul tavolo è diventato centrale e non dobbiamo disperdere questa potenzialità. Dobbiamo dire che ci può essere possibilità di sviluppo economico nella misura in cui riusciamo a promuovere la salvaguardia dell’ambiente e il benessere delle persone”.

Nella sua relazione Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS (vedi slide) ha ricordato gli impegni che devono essere rispettati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Suor Alessandra Smerilli, della Pontificia università Auxilium, ha esordito ricordando il disastro ecologico che portò all’estinzione della popolazione dell’isola di Pasqua. Che cosa possiamo imparare da quella vicenda? Il tema è quello della gestione dei beni collettivi o comuni che gli abitanti dell’isola, divisi tra tribù in competizione, non seppero tutelare, abbattendo fino all’ultimo albero per trasportare i loro grandi idoli di pietra. “Di fronte ai beni collettivi siamo in un vero e proprio dilemma, perché se gli altri si limitano abbiamo un incentivo ad approfittarne. Ma in questo momento, di fronte a un male collettivo, comprendiamo che il bene che si può sperare può essere raggiunto soltanto insieme. Serve una nuova razionalità, la werationality, per promuovere il senso del Noi contrapposto all’avidità dell’homo economicus: solo così sarà possibile tutelare i beni comuni e salvare il Pianeta.

Giuliana Palmiotta, di Rai News 24, ha moderato la tavola rotonda successiva, sul tema “Soluzioni per un’Europa resiliente e sostenibile”. Mario Abreu, head of group sustainability di Ferrero, ha riferito che il 2020 è stato un anno importante, che ha spinto società come Ferrero a dare risposte improntate alla sostenibilità, a cominciare dal sostegno finanziario ai fornitori fino alle modifiche del packaging per eliminare per quanto possibile la plastica.

Sandrine Dixson-Declève, co-presidente del Club di Roma, ha lamentato che si sono persi cinquant’anni di tempo prezioso e ci siamo trovati impreparati non solo nei confronti della pandemia, ma anche del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità, problemi che dobbiamo risolvere in questo decennio di azione. Ma un diverso tipo di sviluppo richiede anche che si dia priorità alla ricerca di nuovi indicatori.

Laurence Tubiana, Ceo della European Climate Foundation, ha insistito sulla necessità che l’Italia investa in soluzioni low carbon.

Francesco Starace, amministratore delegato e direttore generale di Enel, ha sottolineato che il Next generation Eu varato dalla Commissione europea può accelerare una tendenza mondiale verso la sostenibilità di cui l’Europa stava già beneficiando, essendo il mercato più attento a questi temi.

Alle 12:30 si è aperta “Una finestra su New York” per parlare della 75° Assemblea Generale dell’Onu con l’ambasciatrice Mariangela Zappia, rappresentante permanente d’Italia presso le Nazioni Unite e con Maria-Francesca Spatolisano, assistant secretary-general for policy coordination and inter-agency affairs delle Nazioni Unite. Zappia ha messo in evidenza che in questa assemblea virtuale mancano gli incontri in presenza che contribuiscono fortemente alla costruzione degli accordi diplomatici e ha sottolineato il contrasto tra collaborazione e nazionalismo. “La pandemia è la tipica crisi da cui nessuno può uscire da solo, perché i vaccini si possono ottenere soltanto da una risposta coordinata”. Senza dubbio il sistema delle Nazioni Unite deve essere riorganizzato, ma si tratta di un processo lungo. Tuttavia il G20 del prossimo anno, a presidenza italiana, dovrà affrontare molti temi a tutto campo, come il cibo e la nutrizione, il clima, le infrastrutture energetiche.

Spatolisano ha detto che il sistema delle Nazioni Unite ha potuto contare soltanto sul 23% dei finanziamenti necessari per affrontare la pandemia, ma ha fornito equipaggiamento a 730mila lavoratori del settore sanitario, ha favorito la scolarità di 93 milioni di bambini e ha informato un miliardo di persone sull’emergenza sanitaria. Rispondendo alla domanda di Giovannini ha detto che non si vedono in altre aree del mondo impegni sulla sostenibilità paragonabili a quelli europei, ma c’è un forte sostegno diffuso sul multilateralismo, confermato anche dall’indagine condotta dall’Onu per i suoi 75 anni, dalla quale è emerso che quattro quinti degli intervistati in tutto il mondo considerano molto importante la collaborazione multilaterale.

I lavori sono ripresi nel pomeriggio sulla base di una domanda di Giovannini: “Le imprese sono pronte per la trasformazione verso la sostenibilità?”

Sarah Varetto, executive vice president bigger picture, inclusion and internal communications di Sky Italia, ha detto che prima del Covid le imprese già si stavano orientando verso la sostenibilità, ma con un forte rischio di greenwashing. Tuttavia la finanza ha fatto confluire sempre più risorse sullo sviluppo sostenibile ed ora si assiste alla crescita esponenziale dell’attenzione alla crisi climatica, soprattutto da parte dei giovani. I pubblici poteri dovrebbero essere meno timidi nell’affrontare questi temi, tenendo anche conto del fatto che spesso ignoriamo gli aspetti positivi presenti in Italia, per esempio che in materia di economia circolare siamo i campioni d’Europa.

Vittorio Colao, membro dell’International advisory council dell’Università Bocconi, ha sottolineato che all’inizio la sensibilità delle imprese alla sostenibilità dipende fortemente dagli atteggiamenti delle singole persone all’interno delle aziende, ma che successivamente ci si rende conto che questo tema è importante perché molti clienti non vogliono essere associati a imprese che non ne affrontano le sfide. “Le difficoltà derivano dal fatto che spesso chi va avanti vede che il resto del mondo non lo segue e quindi è necessario applicare una pressione doppia, all’interno ma anche per far avanzare tutto il sistema”. Comunque si tratta di processi lenti, che richiedono attenzione continua, altrimenti ci si perde. La rendicontazione non finanziaria è utile anche se talvolta impone obblighi troppo pesanti e si avvale di indicatori sbagliati, “ma comunque mette in moto le cose”.

Paola De Micheli, ministra delle Infrastrutture e dei trasporti, ha riassunto il piano “Italia veloce” approvato a giugno e rivisto dopo la pandemia con l’obiettivo di finanziare per 200 miliardi in 15 anni, di cui 130 già stanziati dal governo italiano, la sostenibilità ambientale attraverso un forte impulso al trasporto su ferro. “Nel 2030 l’80% degli italiani deve collocarsi a meno di un’ora di distanza da una grande infrastruttura ferroviaria”. Si cerca inoltre di favorire i movimenti tra Nord e Sud e quelli tra Ovest ed Est, dove spesso le infrastrutture sono vetuste.  Si vuole inoltre intervenire sulla mobilità urbana, soprattutto nelle città con oltre 60mila abitanti per ridurre l’inquinamento e per facilitare il collegamento tra centro e periferie e anche per dotare le periferie dei servizi che spesso sono carenti.

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di Donato Speroni

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