Moti 1971: Fiorenza, nascosi Fabiani in casa a Lucoli

La sera dei tumulti i due erano a Tolentino per debutto Tsa

(ANSA) - L'AQUILA, 26 MAR - "Per sentirci più sicuri percorremmo l'autostrada, anziché la statale: appena giunti al casello di Roma fummo affiancati da una macchina civetta della polizia che ci scortò fino all'Aquila. 'Fabiani non deve essere visibile in auto', ci dissero. Così, per nasconderlo anche dal casellante, fu sdraiato sul sedile di dietro coperto da un plaid. Tutti potevano essere delle spie e rivelare che era tornato in città l'uomo che sembrava essere diventato 'il ricercato numero uno' dalla folla impazzita". A raccontare i fatti di 50 anni fa all'ANSA è l'impresario teatrale, direttore artistico di teatro pubblico e festival, regista e drammaturgo, Federico Fiorenza, all'epoca dipendente Tsa che la sera del 26 febbraio 1971 si trovava insieme con Luciano Fabiani - segretario provinciale dell'Aquila della Dc - a Tolentino per il debutto della produzione dell'opera teatrale "Non si scherza con l'amore" di Alfred de Musset con la regia di Biagini.
    Fabiani e Fiorenza rientrarono di nascosto in Abruzzo, evitando la città teatro di disordini tra i quali la devastazione dell'abitazione del politico della Dc, e si rifugiarono a Lucoli (L'Aquila), nella casa di famiglia di Fiorenza. "All'uscita dell'Aquila non andammo in città, ma ci dirigemmo nella mia casa di famiglia di Lucoli in gran segreto, comunicando la nostra posizione solo alla Questura. Da quel momento e nei giorni successivi feci da collegamento tra Luciano e il mondo esterno. Appena sistemata l'abitazione per accogliere l'ospite, partì per L'Aquila per andare a vedere ciò che fosse successo e portare vari messaggi affidatimi da Luciano, vicepresidente del Consiglio regionale d'Abruzzo nascosto, senza colpa".
    "Quando sono arrivato all'Aquila ho trovato bidoni ribaltati per terra con il fuoco dentro, gente che scappava e poliziotti che correvano ovunque. Nero e fumo in tutte le strada. Sembrava una città appena uscita da una guerra. Ricordo che sotto ai portici del cinema Massimo, difronte alla sede della Questura, c'erano decine di poliziotti appartenenti al 5/o Celere di Roma, i quali, in attesa di intervenire, picchiavano i manganelli contro il muro per scaricare la tensione che li permeava.
    Passavano camionette carenate in assetto da guerra per difendersi dalle continue aggressioni dei manifestanti con oggetti di ogni genere. Tornai in teatro per raccogliere gli ultimi messaggi da riportare a Luciano e lì trovai la richiesta delle testate giornalistiche della stampa nazionale e internazionale per intervistare Fabiani, al quale le folle di tumultuosi stavano augurando la morte. La notizia dei fatti dell'Aquila erano arrivati, infatti, fino a Londra e Francoforte.
    Dopo una conferenza stampa organizzata a Lucoli - ricorrendo allo stratagemma di un tour dell'Aquilano per i giornalisti - e trascorsi sei giorni dai tumulti dei rivoltosi Fabiani si spostò ad Avezzano (L'Aquila), in attesa di poter tornare in città senza correre rischi per la sua vita. (ANSA).
   

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