'Le rane'
di Mo Yan
10 maggio, 12:25
di Claudia Fascia
Il racconto di un Paese, delle sfaccettature di una società in piena evoluzione. Il Premio Nobel per la Letteratura 2012, Mo Yan, è tornato con un nuovo romanzo che affronta alcuni aspetti della Cina, potenza economica globale di oggi, che a guardarli dall'altra parte del mondo sembrano a volte incomprensibili.
E Mo Yan riesce con il personaggio della protagonista Wan Xin a cogliere un passaggio storico per il Paese: una donna, una balia, le cui scelte sono complesse, controverse, spesso discutibili. Come complesso e sofferto è il giudizio dello scrittore cinese sul suo Paese. Con Le rane Mo Yan ha distillato la sua personale, obliqua visione della Cina, plasmandola nella storia di un personaggio epico, tragico, conturbante. Wan Xin è venerata come la benevola Niangniang, dea della fertilità e, allo stesso tempo, odiata come il boia inesorabile che esegue le condanne a morte: unica levatrice della regione di Gaomi, ha fatto nascere tutti i bambini degli ultimi cinquant'anni. Il suo è un talento naturale che in breve tempo la trasforma nell'amata custode dei segreti della maternità.
Quando, però, a metà degli anni Sessanta, il partito è preoccupato per l'esplosione demografica e decide di porvi rimedio, Wan Xin diventa la severa vestale della politica per il controllo delle nascite imposta dal regime e si applica a praticare aborti e vasectomie con lo stesso zelo con cui portava nel mondo nuove vite. Col passare degli anni la campagna per il controllo demografico acquista un carattere di violenza repressiva a cui la stessa Wan Xin non riesce a sottrarsi: una donna, per non abortire, si getta nel fiume e annega. Un'altra - la moglie di suo nipote - è costretta a interrompere la gravidanza nonostante sia fuori tempo massimo, e muore. Un'altra, in un drammatico inseguimento, partorisce su di una zattera in mezzo al fiume pur di salvare la vita al piccolo che porta in grembo.
Quando all'inizio degli anni Novanta, la stretta del regime si allenta, Wan Xin vede crollare i motivi e gli ideali in cui aveva creduto e con cui aveva messo a tacere la sua coscienza. Finché, in una drammatica notte, tornando a casa, si smarrisce in una zona paludosa: il gracidare delle rane le ricorda il pianto dei bambini mai nati, i corpi gelidi degli animali, come piccoli feti abortiti, la circondano, la ricoprono, spingendola a un ripensamento di tutta la sua vita. L'affresco indimenticabile e coinvolgente è raccontato attraverso le quattro lunghe lettere del drammaturgo Kedou, 'Girino', (alter ego di Mo Yan), indirizzate a un amico, l'immaginario scrittore giapponese Sugitani Yoshihito (in realtà Kenzaburo Oe, grande amico di Mo Yan).







