'Lettere al culmine della disperazione'
di Emil Cioran
09 maggio, 17:22
di Paolo Barbieri
''La scrittura ha valore solo se oggettiva un vissuto, perche' al di la' dell'espressione si trova la vita e al di la' della forma il contenuto. Vorrei scrivere qualcosa col sangue. E questo senza perseguire l'idea di un effetto poetico, ma concretamente, nell'accezione materiale del termine'': e' il passaggio di una lettera che Emil Cioran scrisse all'amico d'infanzia Bucur Tincu il 5 aprile del 1932. La missiva - con altre undici, inviate all'amico e con dieci spedite, tra il 1930 e il 1934, ad altri compagni di studi e conoscenti romeni tra i quali Mircea Eliade - e' stata tradotta per la prima volta in Italia e inserita nel libro 'Lettere al culmine della disperazione'.
Nelle lettere, inviate anche durante il suo soggiorno a Berlino, tra il 1933 e il 1934, Cioran ricorda gli anni dell'universita', il soggiorno nella fredda casa dello studente, il rifugio nella biblioteca riscaldata di Bucarest, il tentativo di sconfiggere la malinconia e di sfuggire alla poesia e poi la tesi di laurea su Kant, le letture di Croce, di Hegel di Hartmann e la passione per Dostoevskij, Nietzsche, Thomas Mann e Chestov. Nella prefazione Giovanni Rotiroti scrive che Ion Vartic ha ricordato che nel 1991 Cioran, quando venne a sapere che erano state scoperte le sue lettere all'amico Bucur Tincu, ebbe ''una reazione molto espressiva, emozionata, divertita'', e per alcuni tratti umoristica. Cioran, ha raccontato Vartic, ridendo fino alle lacrime disse: ''Dodici lettere ai culmini della disperazione. Dovrebbero essere pubblicate come un libricino di versi''. ''Attualmente - scriveva all'amico - mi preoccupano solo i problemi di filosofia pura: spazio, tempo, causalita', numero, ecc che sono diventati per me di grande attrattiva. Ho rinunciato categoricamente ad ogni filosofia sentimentale, alle preoccupazioni frammentarie e sterili, che non portano che a lamentarsi della vita e all'esaltazione del patetico''.
Non e' un mistero che negli anni berlinesi Emil Cioran si entusiasmo' davanti al vitalismo e al misticismo nazista. A Mircea Eliade, che come Cioran aderi' per un breve periodo al movimento di estrema destra rumeno della Guardia di Ferro, il 15 novembre del 1933 scrisse: ''Qui e' difficile trovare uomini illustri: tutti hanno un'ampia cultura, ma pochi oltrepassano la storia che e' il virus della cultura tedesca. Comunque sto bene a Berlino e mi entusiasma il suo ordine politico''. Al filosofo Nicolae Tatu, il primo dicembre dello stesso anno, dopo aver confessato che ''non ci si puo' sradicare dal proprio luogo natio'' perche' e' impossibile trovare ''un senso effettivo in un paese straniero'', scrisse: ''Per quanto mi riguarda, solo un regime dittatoriale potrebbe ancora appassionarmi. Gli uomini non meritano la liberta'. E penso tristemente a persone come te, ed altri, che si spendono inutilmente nel fare l'apologia della democrazia che, in Romania, non vedo a cosa potrebbe portare''.
Anche quelli berlinesi, prima del trasferimento in Francia, sono anni di disperazione e nel dicembre del 1933, pochi giorni dopo Natale, al Petre Comarnescu confido': ''Al culmine della piu' terribile disperazione, mi prende la gioia di avere un destino, di vivere una vita con la morte e le sue successive trasfigurazioni, di fare di ogni istante un bivio. Dal corpo epistolare emerge che al giovane Cioran, non interessavano piu' le questioni di carattere formale, il gergo filosofico, che tanto lo avevano affascinato. A premere era sopraggiunta una necessita' impellente, una sofferenza che sviliva l'animo e tormentava la mente. Cioran reagi' al dolore ricorrendo alla pratica filosofica della scrittura, intesa come esercizio terapeutico, come mezzo e sostanza della liberazione. D'ora in poi la posta in gioco sara' quella di scrivere da questo abisso, al culmine della disperazione.







