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Yellow Birds

Yellow Birds

di Kevin Powers

di Paolo Petroni

C'e' una filastrocca americana usata per cadenzare le marce militari, che parla di un uccellino giallo che, fatto avvicinare con un pezzetto di pane, termina: ''e poi gli ho sfondato / quella testa di cazzo''. L'averla scelta per titolo e epigrafe del suo libro la dice gia' lunga su come Kevin Powers ci racconti la guerra in quello che e' assolutamente un romanzo, ma scritto da un giovane che e' stato per due anni mitragliere in Iraq.

La guerra non fa che provare ad ucciderti, in ogni stagione, in ogni momento, la guerra e' paziente ed e' qualcosa di assolutamente negativo che cambia le persone e divide anche gli amici, chi vive fianco a fianco, rende individualisti, ci fa capire - dice chiaramente Powers - perche' ognuno nel suo intimo sa che se muore l'altro lui ha una possibilita' in piu' di sopravvivere: ''sembra assurdo, ora, constatare come ogni morte ci sembrasse riaffermare la nostra vita''. Per questo la promessa fatta dal protagonista, Bartle, alla madre del piu' giovane amico Murphy, di riportarglielo sano a casa, era perlomeno insensata, tanto che non ci vorra' nemmeno un anno per arrivare all'irreparabile e capire che non era riuscito a mantenerla.

''Una volta ero convinto che per morire si dovesse prima invecchiare. Penso ancora che un fondo di verita' ci sia, perche' nei dieci mesi che l'avevo conosciuto Daniel Murphy era invecchiato. E fu il bisogno che qualcosa avesse senso che mi spinse a scrivere una lettera alla madre di un ragazzo morto, scriverla a nome suo, avendolo conosciuto abbastanza a lungo da sapere che mai avrebbe chiamato sua madre mamma''. Questo perche' John Bartle vive molto nel passato, prigioniero dell'esperienza della guerra, e vi riflette con una coscienza vigile, capace di farci capire le sue paure, la sua rabbia, il suo rimorso e la sua vergogna, quella di chi e' casualmente sopravvissuto. Perche' Powers e' un vero scrittore e nel trasporre in romanzo, in una storia inventata la sua esperienza, riesce a darle quella forza, delicatezza e verita' che solo la letteratura, la buona letteratura puo' farci sentire, con una scrittura appena un po' elegiaca. E in queste pagine c'e' la curiosa, straziante amicizia, la cameratesca fratellanza tra Bartle e Murphy, che il vivere in una situazione eccezionale e di pericolo costante amplifica, fa sembrare qualcosa di grande e profondo, mentre tutto e' falsato, come quel tentativo di resistere, di tenere tutto sotto controllo, di fare come se non fosse coinvolto negli orrori cui partecipa e di cui e' spettatore, che rischia di farlo andare fuori di testa, inseguendo magari idee di coraggio romantiche.

Meglio allora il duro, strano, spietato sergente Sterling che dalla guerra, dalla sua ferocia, si e' fatto inghiottire, la impersona sino in fondo. Bartle cerchera' di stare in bilico tra queste due opzioni, finendo per pagarne le conseguenze. Un libro illuminante, non su come diventare uomini andando in guerra (come un po' credeva Bartle ventunenne alla partenza), ma su come la guerra ti distrugga dentro e ognuno personalmente la perda sempre, ne esca sconfitto. (ANSA).

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