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Libro del giorno

'La voce del crepuscolo'

di Derek Walcott

di Paolo Petroni

Quando nel 1992 Derek Walcott si reca a Stoccolma per ritirare il premio Nobel alla letteratura, primo caraibico a riceverlo, fa un discorso sul suo paese, sul suo doloroso passato di schiavitu', e sul senso e sulla forza della poesia: ''La poesia, che e' il sudore della perfezione ma deve sembrare fresca come gocce di pioggia sulla fronte di una statua, unisce il naturale e il marmoreo, coniuga entrambi i tempi verbali simultaneamente: passato e presente, se il passato e' la scultura e il presente le gocce di rugiada o di pioggia sulla fronte del passato. C'e' la lingua sepolta e c'e' il lessico individuale, e il processo della poesia e' un processo di scavo e di scoperta di se'''.

In questo lavoro la lingua diventa essenziale e ''i dialetti del mio arcipelago mi appaiono freschi come quelle gocce'', frutto di una lingua creata quando le tribu' ridotte in schiavitu' furono private della propria lingua ''aggregando e secernendo i frammenti di un lessico epico e antico, proveniente dall'Asia e dall'Africa''. E Walcott si ritiene testimone della nascita della cultura delle sue isole, della loro ricostruzione.

''Il gemito della storia si leva sopra le rovine, non sopra i paesaggi, e nelle Antille ci sono poche rovine, a parte i forti diroccati e le piantagioni abbandonate''. Un mondo in cui tutti sono venuti da un'altra parte, tutti convivono in un crogiuolo di diversita' e ''non leggono, ma sono li' per essere letti, e se vengono letti nel modo giusto, creano la propria letteratura''. Il discorso per la cerimonia del Nobel e' un po' la parte centrale di questo libro e si presenta come un vero e proprio racconto sulle radici di una persona, diventata un grande poeta, in cui convivono un poco di ''olandese, di negro e di inglese'', come sintetizza un suo verso. E come questi saggi, raccolti ora in volume, dimostrano. Un libro serie, intenso, analitico, visionario e forte nel suo tendere sempre alla lirica, chiuso da venti pagine di note, nel confrontarsi con grandi nomi della letteratura, dalla ''saggezza invernale'' di Robert Frost alla musa ''il cui nome era Mediocrita''' di Philip Larkin, da Ted Hughes, i cui versi ''ringhiano come una bestia braccata'', alla ''forza irsuta'' di Les Murray, per arrivare a Josiph Brodskij, anche lui personaggio alle prese con la propria identita', le proprie radici e l'aver mutato lingua, dal russo all'inglese: ''Per un poeta - annota Walcott con coscienza di causa - tradurre se stesso comporta non solo un cambiamento di lingua ma cio' che la parola 'traduzione' significa letteralmente, cioe' trasportare verso un altro luogo, adattando la propria indole, modificando per gradi la propria sensibilita', mentre la poesia originaria si ferma alla frontiera''. (ANSA).

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