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La copertina del libro

'Domanda di grazia'

di Gabriele Romagnoli

di Nicoletta Tamberlich

''La gentilezza e' una forma di vittoria morale. Condannato all'ergastolo, si erge nei suoi due metri di altezza, in manette, e fa un inchino alla rappresentante della pubblica accusa. Dice: Buonasera, signora. Accenna un sorriso ai pochi amici presenti e, docile, segue le guardie fuori dall'aula''. Domanda di grazia, l'ultimo libro del giornalista e scrittore Gabriele Romagnoli ha una dedica per certi versi unica, 'al Presidente della Repubblica italiana' e indaga i misteri di un delitto realmente accaduto e di cui viene accusato un amico ex compagno di scuola dell'autore.

''Il Galvani era il liceo della media e alta borghesia, storico e superato. Ci arrivai con il timore reverenziale che mi ha accompagnato a ogni ingresso: all'universita', alla redazione del mio primo giornale, al premio letterario. Ci fosse stata una volta in cui non sia rimasto, se non deluso, perplesso''. Al Galvani Romagnoli, allora solo 14 anni, incontra i fratelli Stefano e Andrea Rossi, belli e irraggiungibili come i Kennedy, con una famiglia unita. Boriosi, scostanti, invidiati da tutti, inseguiti dalle ragazze, freddi ma allo stesso tempo generosi con l'amico. Questi erano i Rossi, uno stagno di contraddizioni: avevano all'apparenza tutto, ma vivevano come se ci fosse ancora la monarchia. Quando ha ritrovato il primo dei due in tribunale, Romagnoli sapeva dei suoi sei figli e del suo lavoro come commercialista nello studio ereditato dal padre; non lo vedeva da anni, ma lo ricordava adolescente, campione di pallavolo, popolare tra le ragazze alle quali pero' dava del lei per tenerle a debita distanza, bello, agiato, inflessibilmente votato all'eccellenza in ogni campo. Nel romanzo forse per la prima volta Romagnoli mette a nudo se stesso, consegnando al lettore particolari della sua adolescenza, dubbi, paure, solitudini, senza nessun tipo di censura, neanche quella di aver subito anche lui, da adolescente, il fascino dei due fratelli, con la casa piu' bella della sua e una famiglia compatta, complice, in cui anche i tortellini si preparavano a mano tutti insieme, madre, padre, i due figli. Di Andrea Rossi, scrive l'autore, ''raccontero' chi e', almeno per come l'ho conosciuto. Del delitto per il quale e' stato punito. Del processo che ha avuto. E del nostro terminale incontro in carcere. Ho deciso di farlo dopo lunga esitazione.

Ho rinviato spesso, nella consapevolezza che scrivendo provochero' ulteriore sofferenza a molte persone tra cui, da ultimo, mi includo''.

Una mattina di febbraio l'autore entra in Corte d'Assise e vede, ''dentro una gabbia adatta a contenere la ferocia di Toto' Riina, controllato da sei colossali guardie penitenziarie, un gigante gentile e smagrito. Ha gli occhi azzurri e, per un attimo, un sorriso che viene da un altro tempo. E' imputato per omicidio e io lo conosco''. Andrea e' accusato di aver ucciso brutalmente Vitalina Balani, settantenne ex infermiera sposata a un ricco immobiliarista, completamente invalido. In due anni la donna gli aveva prestato due milioni di euro - tre miliardi di lire, come ricorda alla giuria il pubblico ministero - e ogni sei mesi gli interessi accrescevano il debito. Per questo, secondo gli inquirenti, una torrida mattina d'estate Rossi l'ha uccisa, strangolandola a sangue freddo nel suo appartamento bolognese. Prove non ce ne sono, ma molti indizi e un movente tanto chiaro portano gli investigatori ad abbandonare in fretta le altre piste e a considerare il caso risolto. Rossi e' da subito ''presunto colpevole''. Ma, sebbene si ostini a proclamarsi innocente, come in una sfida estrema l'imputato sceglie una difesa inadeguata e il processo si chiude su basi puramente indiziarie decretando per lui una pena senza fine.

''Al processo d'appello Andrea cambia avvocati seguendo, e questa e' una vera sorpresa, il consiglio del fratello Stefano.

Lo difendono l'ex magistrato Ferdinando Imposimato, noto per essere stato giudice istruttore nei processi per il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e per l'attentato a papa Giovanni Paolo II, e un legale toscano di nome Eraldo Stefani. Alla vigilia delle udienze vado a Firenze per conoscerlo. Resto perplesso, specialmente quando mi accompagna in uno studio sopra lo studio, dove esercita la funzione ulteriore di console onorario del Senegal''. Romagnoli ricostruisce il caso con la lucidita' del reporter, la profondita' dello scrittore e l'umanita' dell'amico e da' vita a una riflessione sulla giustizia e sul destino, sulle ragioni e sulle colpe che intessono l'esistenza umana. Con pazienza smantella ogni certezza, affidando al fallibile giudizio umano il mistero di un delitto e del suo castigo, e chiedendo infine che per l'amico Andrea si apra una possibilita' di grazia. Ma Romagnoli non lo assolve: ''Penso che la sua colpevolezza non sia stata provata oltre ogni dubbio. Ma penso che la sua innocenza sia stata ancor meno dimostrata''.

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