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A sei anni dalla morte Roberto Bolano diventa scrittore di culto

di Paolo Petroni
''Che Paraloup sia in fondo l'archetipo, per molti di noi, dell'altra Italia, latitante anch'essa o quantomeno dispersa?'' Paraloup e' un gruppo di poche baite in alta Val Stura, uno dei luoghi scelti da Antonella Tarpino per questo suo particolare, poetico, intenso viaggio tra le rovine di alcuni luoghi d'Italia, luoghi simbolo ''in sofferenza'' (che avrebbero benissimo potuto essere altri) cercando di verificarne appunto il mutamento, quello nel corso degli anni o quello traumatico, come l'Aquila e i paesi attorno, distrutti, sventrati dal terremoto.
I luoghi, il paesaggio e l'intervento dell'uomo, quello agricolo e quello dell'edificare, in continua mutazione che si fa quindi anche luogo di memoria del passato, mentre guarda al futuro e vive il presente. E' tutto questo che pare dirci l'autrice, non a caso una storica che intitola Spaesati questi suoi reportage, che in realta' servono a cercare di ritrovare un qualche bandolo della matassa, a sentirsi alla fine un po' meno dispersi. Per questo la sua attenzione va a puntare su realta' e paesi al cui vitalita' passata sembra perduta, in cui c'e' una memoria da recuperare che dia senso a quel che e' rimasto. Esemplare il caso di Paraloup, una terrazza della montagna affacciata sulla valle Stura, gia' deserto di uomini e animali prima della guerra e oggi luogo di baite abbandonate e cadenti, cui pero' ridiedero vita per un breve periodo un gruppo di partigiani guidati da due storiche figure della Resistenza, Duccio Galimberti e Livio Bianco.
La Tarpino racconta quel che vede, dopo una bella riflessione sull'Alto e il Basso, che non riguarda solo la montagna, e ricostruisce in base a libri e testimonianze le vicende e i personaggi di quella gloriosa stagione dopo l'8 settembre, ''di quello strano esercito sbrindellato che parlava tutti i dialetti nella grande baita adibita a mensa, la piu' grande, una stalla fumosa di 4 metri per 8''. Tornando a valle ecco che passa per i resti, cumuli di pietre sepolti dalla neve, di Chiappera: ''e' la stessa Chiappera che vedo poi ritratta in una fotografia degli anni '50. Sullo sfondo di un ritratto di famiglia un gioco di tetti disegna le forme geometriche del piccolo borgo ancora in piedi'' con le sue ordinate cataste di legna appoggiate ai muri. Intanto le baite di Paraloup vengono recuperate da un gruppo di architetti, rendendo riconoscibile ogni loro intervento, perche' quel posto ''deve tornare a essere un luogo portare di senso che si presti a far ritrovare alle comunita' della valle le ragioni dello stare insieme'', come e' nelle intenzioni degli amministratori locali: una scommessa, perche', annota la Tarpino, ''i luoghi cambiano ma , cambiando, modificano insieme il nostro modo di vedere le cose. Cosi' un piccolo mondo recuperato - questa l'esperienza che Paraloup intende condividere - si ritrova esso stesso sfidato dalle parole che usiamo per ripensarlo''.
Un discorso che segue le stesse regole e procedimenti, che richiede la stessa attenzione e voglia di riflettere e ripensarsi, viene cosi' applicato a altri posti, da una cascina abbandonata, sfondo di lotte contadine tra Otto e Novecento, alle rovine di Onna, con quelle case aperte dal terremoto, in cui le tracce della vita quotidiana si conservano in bilico per aria, arrivando a sud, nella Locride, tra i paesi abbandonati per l'emigrazione, come Riace e Caulonia, dove sono state offerte le case, abbandonate da chi parti' per oltreoceano o il Nord, ai nuovi migranti, rifugiati politici dannati dalla guerra, afghani, etiopi, curdi, palestinesi. Cosi' una rinnovata speranza di salvezza che unisce, riannoda incessantemente i fili spezzati della memoria.
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