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'Al mio paese. Sette vizi. Una sola Italia'

'Al mio paese. Sette vizi. Una sola Italia'

di Melania Petriello

di Francesco De Filippo

Qual e' il filo rosso che unisce il carosello di vicende italiche dalla clinica degli orrori di Ilio Spallone al mai ben chiarito omicidio di Pasolini? E quale il colera a Napoli degli anni '70 con l'incantevole spia di Benso di Cavour in Europa che tra le lenzuola ottenne piu' risultati di dieci divisioni e una finta indagine giudiziaria sulla morte di Monna Lisa? Nessuno, apparentemente. In realta', 'Al mio Paese. Sette vizi. Una sola Italia' (pensierolento) di Melania Petriello, e' un affresco dell'Italia e dei suoi caratteri, tratteggiati da nove giornalisti che, seguendo l'itinerario dei sette vizi capitali, intendono scuotere questo Paese sornione fino all'abulia, furbo fino alla stupidita'.

Un Paese che, e' l'affilata critica della vulcanica Petriello, ''ha smesso di interrogarsi, e' ripiegato su se stesso, non anela e non ricerca alchimie, dove gli intellettuali e i giornalisti da tempo non fanno piu' un dibattito serio''.

Nel paese per vecchi - l'Italia puo' perfino parafrasare McCarthy - questo libro e' la voce dei giovani. La Petriello ha chiamato a raccolta amici e colleghi perche' ne pennellassero una vicenda, un tratto in modo ne' giornalistico ne' narrativo.

La voce e' un po' confusa ed eterogenea, con linguaggi non ancora intelliggibili, ma e' una voce corale. Senza battere pugni sul tavolo o accontentarsi di una comparsata a un tavolo di vip. Perche' non si tratta di giovani qualunque: ne' bamboccioni ne' geni, non indolenti e non parassiti, sono i giovani che a forza di collaborazioni e stage, a colpi di seminari e insistenze, sudando e guadagnando per la sopravvivenza o poco piu', si sono ritagliati una nicchia in quella redazione, nell'emittente pubblica, in un comitato politico. Una scossa dal basso, dal tronco, per far cadere dai rami i frutti e far germogliare nuove idee e possibilita'. Piu' pragmatici e meno corrotti dei padri, questi autori di 30, 40 e 50 anni sono le energie che il Paese non sa intercettare, non sa far sprigionare, e che dunque senza spintonare troppo si prendono il proprio spazio, indifferenti alle insolenti discriminanti Nord-Sud, incuranti degli infingimenti 'post' qualcosa. Privi anche di un comodo nemico al quale attribuire sempre ogni male del mondo, ragione per ogni disimpegno. Dunque, non 'contro' ma 'per'. Autentici e consapevoli; deve essere per questo che ci hanno messo la firma (e la faccia) un giornalista di esperienza come Franco di Mare (prologo) e uno storico come Fabrizio Dal Passo (epilogo).

Il risultato del progetto - che sfocia anche in un cortometraggio e in un lavoro teatrale di prossima messa in scena - e' a momenti poco chiaro, con la incontenibile e suggestiva scrittura onirico-poetica della Petriello intesa a intrecciare piu' che a svelare, a illustrare. Ma e' invece ben specificato cio' che e' oltre il riquadro tipografico: il rifiuto della cultura della sopravvivenza, della mediocrita'.

Il racconto di storie nostrane che ciclicamente vanno a inchiostrare spazi di giornali altrimenti bianchi, qui non sono reiterazioni da ombrellone ma provocazioni per stimolare temi piu' urgenti e concreti.

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