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Il Ghibli in arrivo

Il Ghibli in arrivo

di Francesca Spinola

di Luciana Borsatti

''E' arrivato veloce, improvviso, caldo. Ha avvolto tutto quello che incontrava. Si e' abbattuto come il vento del Ghibli sulla gente per strada alzando veli e vesti... Il giorno della collera libico si e' espanso in un istante e non e' piu' finito. Ha fermato un tempo che durava da quarantandue anni''. Comincia cosi' il libro di Francesca Spinola, il racconto di un Paese che non c'e' piu', colto nel momento di sospensione sull'orlo del precipizio, prima che tutto cominci a precipitare in una lunga e inarrestabile caduta sanguinosa.

Francesca Spinola in quel Paese ci aveva vissuto per tre anni, unica corrispondente occidentale accreditata a Tripoli.

Divisa tra la famiglia, le due figlie piccole, e le difficolta' di fare, scrivendo anche per l'ANSA, ''il mestiere di giornalista in un Paese fatto di uomini, arabi, omertosi''. Aggirandosi con circospezione in un sistema che sembrava destinato a durare per sempre, e dove invece ''il giorno della collera ha svelato segreti, cadaveri, tesori, ha prima sorpreso, poi irritato, infine inviperito il colonnello e i suoi cloni, quegli otto figli che l'hanno sempre sostenuto anche quando fingevano di essere diversi da lui''. Un Paese disseminato di manifesti del Leader, unica immagine pubblicizzata per strada con la sola eccezione - ricorda - di quel manifesto che lo ritraeva a braccetto con Silvio Berlusconi, nel memorabile giorno dell'Amicizia siglata il 30 agosto 2008. L'autrice, che da quel Paese sull'orlo della guerra civile ha dovuto subito fuggire, ha pero' portato con se' un patrimonio di memorie e conoscenze che pochi condividono. Oppure il ricordo di persone che, nel drammatico epilogo del loro destino, incarnano la parabola di un regime ma possono anche essere lasciare il segno di un indimenticabile ritratto umano. ''Si chiamava Adel e di lui ho perso le tracce'', dice del poliziotto che le stava sempre alle calcagna per controllare quello che faceva, ma che fin dal primo giorno l'aveva presa in simpatia. ''Se entro domani a quest'ora non ti avro' richiamato, ci rivedremo nella casa di Dio. Questo e' il sangue che dobbiamo versare per la nostra liberta''', le aveva detto nella sua ultima telefonata, raccontandole di sei detenuti uccisi dopo che si erano ribellati alla vigilia della rivolta.

Nel suo libro Francesca Spinola racconta l'obbligato e sempre scomodo rapporto con il potere - come il suo ultimo e surreale incontro con il capo della Direzione per la stampa estera - ma anche le convinzioni e le speranze di chi nel riformismo di Saif al Islam, secondo figlio del colonnello, ci credeva. Come Enass Hameda, giovane donna a capo del quotidiano riformista 'Oea'. Se prima poteva pensare che il suo viso fosse quello della nuova Libia, ora nel volto di lei Francesca puo' immaginare ''la Libia tradita, delusa, ingannata''.

Ma nel racconto della giornalista ci sono anche figure autorevoli come il vescovo di Tripoli Giovanni Martinelli, non sempre compreso in Italia per la prudenza con cui parlava nelle ultime fasi del regime, ma grazie al quale ''la Chiesa in Libia ''e' rimasta aperta e ha operato per decenni''. Insieme alle moltitudini di storie senza nome, quelle delle migliaia di africani clandestini in Libia, eritrei in particolare, per i quali la rivoluzione ha aggiunto ai drammi gia' vissuti l'ombra della tragedia. La rivolta e il rischio di essere scambiati per mercenari di Gheddafi li spinge a partire, ma il Mediterraneo che devono attraversare puo' diventare il mare della morte. Come continua ad essere ancora per molti come loro. (ANSA).

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