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La copertina del libro

L'erotismo di Oberdan Baciro

di Lelio Luttazzi

di Massimo Lomonaco

''Quando l'equivoco fu chiarito, oramai era troppo tardi, perche' Oberdan Baciro mori' a mezzogiorno, senza riprendere conoscenza. A diciott'anni. Vergine''. Un paradosso, visto che Oberdan (chiamato cosi' da una madre vedova, cattolica, fascistissima e ''rompicoglioni'', in onore dell'eroe dell'irredentismo italiano impiccato da Francesco Giuseppe) ha passato tutta la sua breve vita percorso da un erotismo pieno, viscerale: quello che segna una esistenza. Del resto, per sua stessa ammissione, a lui e' sempre bastato poco: un orlo appena sollevato, un baluginio di pelle nuda e il desiderio cominciava.

Lelio Luttazzi mette in prosa - dalla musica che per tutta la vita ha avuto in testa - un piccolo capolavoro raccontando la storia di un ragazzo di Trieste perduto (in senso buono) nel mistero dell'Eros. Che e'- premette l'autore nel suo romanzo postumo chiosando una citazione sull'arte di Henry Miller -''l'unica verita' universale e inestinguibile che la Creazione ha elargito agli esseri viventi. Giacche' e' tempo di convincersi che, quanto agli altri valori ereditati dalla nostra millenaria 'civilita'', forse NON ERA VERO NIENTE''.

Scritto cosi', in maiuscolo, come un proclama filosofico. Ma attenzione: nel romanzo di questo artista colto e raffinato - vittima in vita di un clamoroso errore giudiziario che molto lo afflisse e lo indusse a ritirarsi dalle scene per un volontario esilio - non c'e' nulla di perverso, nulla di morboso. Non c'e' un Eros cupo, ne' distruttivo. Al contrario, nelle sue Aurora, Beatrice, Cicci, Patrizia, Nives, Sarah, c'e' l'eterno gioco del promettere e dello scappare un momento prima. Un rincorrere che aguzza i sensi, una perenne attesa foriera di chissa' quale scatenarsi di sensi che mai troveranno fine. Ben riassunto nella frase in dialetto: '' Se prima te me fa veder ti, dopo te fazo veder mi.''.

Insomma, un gioioso libertinaggio che Oberdan - ahilui - non concretizzera', anche nelle occasioni piu' propizie. Insieme alle ragazze, sullo sfondo si intravedono signore promettenti e in carne: quelle che ogni ragazzo ha sognato nel suo immaginario erotico. Base del romanzo e' l'Italia degli anni '30, il fascismo imperante e retorico che corre diretto verso il baratro della guerra, in un mix di machismo e delirio di onnipotenza a cui, fortunatamente, Oberdan non abbocchera'. Perche' certo l'eros non e' machismo e il ragazzo di Trieste lo sa benissimo. Lui corservera' - ribellandosi al Duce - il suo 'ideale' di vita.

La scrittura di Luttazzi e' leggera, elegante e d'altri tempi, una perfetta riproduzione di quello che e' stata la sua persona. Nel costruire la trama di vita e filosofia del suo alter-ego (forse) Oberdan Baciro, l'improvvisazione jazzistica della sua musica piu' amata viene fuori in maniera prepotente. Cosi' i ritratti di molti dei personaggi sembrano quelli delle sue canzoni, in bilico tra la macchietta e la saggezza del detto popolano. Del resto e' lui stesso - morto due anni fa, nel 2010 - a dare la migliore interpretazione nella dedica che apre il romanzo: ''ai miei compagni di scuola con cui - a Trieste, mille anni fa - ci si divertiva parlando di porcate''. 

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