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La Storia

Il nuovo secolo

Pretoria, capitale amministrativa del Sudafrica Pretoria, capitale amministrativa del Sudafrica

La storia continua il suo galoppo fino ai primi vagiti del nuovo secolo: nel 1910 viene firmato l’Act of Union: le repubbliche della Colonia del Capo, il Natal, il Transvaal e l’Orange Free State danno vita all’Unione Sudafricana. L’inglese e l’olandese diventano le lingue ufficiali (l’afrikaans viene riconosciuto come lingua nel 1925): solo i bianchi possono essere eletti in Parlamento, nonostante i neri costituiscano il 75 per cento della popolazione, insieme a meticci e indiani. Boeri e inglesi trovano dunque una forma di conciliazione, anche se la realtà delle separazioni è evidente da un’anomalia che perdura a tutt’oggi, quella della capitale del nuovo Stato. Gli afrikaner del Transvaal sostengono Pretoria: è una città centrale, argomentano, ed è vicina alle miniere aurifere. Il Transvaal vuole invece Bloemfontein che si trova sull’altipiano del veld. Gli inglesi premono per Città del Capo. Ed è così che Pretoria diventerà la capitale amministrativa, Bloemfontein la capitale giudiziaria e Città del Capo quella parlamentare. Tra l’una e l’altra chilometri e chilometri di selva, animali, tribù, etnie, storie, speranze e obiettivi diversi tra loro e a lungo inconciliabili.

Nel 1912 il nuovo governo emana una legge, la prima di una serie di incredibili regolamentazioni che spingeranno in un angolo buio e fetido la  popolazione nera del paese, per tenerla anche geograficamente separata dalla superiore popolazione bianca: si tratta del Native Land Act che divide il territorio dell’Unione in zone riservate ai bianchi e zone di esclusiva fruizione dei neri, attribuendo ai primi la parte migliore dell’immenso territorio e ai secondi poco più del sette per cento della sua superficie: le parti più povere, prive di risorse minerarie e industriali. Con l’Urbans Areas Act del 1919 il governo procede poi a creare le township, veri e propri ghetti in cui i neri saranno da allora in poi obbligati a vivere.

Il brindisi nella birreria di Johannesburg lo faranno il 5 giugno 1918 dei personaggi, trentenni e afrikaner, frustrati dalla predominanza inglese e dalla povertà che li costringe a vivere, quasi, come i kiffir, i neri: HJ Klopper, impiegato delle ferrovie, Jozua Naudé, pastore protestante, il muratore HW van der Merwe e DHC du Plessis. Brindano e danno vita alla Jong Zuid Afrika (Young South Africa) che nel 1920 diventerà la Afrikaner Broederbond (la lega dei fratelli afrikaner). Sarà questa lega, questa associazione segreta che si diffonderà come un’epidemia nascosta in tutti i gangli vitali della società sudafricana bianca, il sostrato, la piattaforma morale, ideologica e materiale, che consentirà al regime dell’apartheid di prendere forma, andare al potere e stravolgere in ogni minimo aspetto della vita quotidiana l’esistenza di milioni di uomini e donne.

Della Broederbond fa parte un ex pastore della chiesa olandese riformata diventato poi giornalista, Daniel François Malan, che sostenuto dai fratelli della lega fonderà il Purified National Party, propugnatore di un razzismo assoluto e intransigente, tutto basato sulle Scritture e sulla volontà di Dio che ha dato agli afrikaner la “sacra missione di erigere una fortezza calvinista nell’estremo sud del continente”. Suo discepolo è Hendrik Voerwoerd: dottore in psicologia, viene scelto tra i trenta studenti sudafricani che la Germania nazista inviterà a Berlino per un periodo di studio. E’ questo il viaggio in Germania che segnerà profondamente la storia del paese: qui, tra i nazisti ricolmi di mistico odio verso gli ebrei e soggiogati dalla follia di Hitler, tra imponenti apparati iconografici e follie antisemite, Voerwoerd pianti i germi della malattia che si manifesterà in tutta la sua virulenza quando, portato sulle spalle dai voti degli ormai milioni di membri della Broederbund, prenderà il potere nel maggio del 1948. Il governo diretto da Voerwoerd emanerà 1750 misure di segregazione differenti, non soltanto relegando i neri, i meticci, gli indiani e tutti i non bianchi in aree separate e riservate, ma anche schedandoli, costringendoli a girare sempre con una sorta di passaporto rosso o verde, pena l’arresto, radendo al suolo interi quartieri che sono un luminoso esempio di integrazione razziale come District Six a Cape Town da dove verranno deportati gli oltre 60 mila abitanti o Sophiatown a Johannesburg sui cui palazzi passarono i bulldozer di Voerwoerd, uccidendo, umiliando e ancora deportando per un totale di 4 milioni di neri e meticci sradicati dalla loro terra: tutto nel nome di un Dio che, argomentavano i deliranti appartenenti alla Broederbond, nei versetti 6-9 del capitolo 11 della Genesi, parlando della torre di Babele, mostra di aver voluto “espressamente separare i popoli della terra facendoli parlare lingue diverse”.