Scopri il Sudafrica

Vijay Mahajan

Economista

«Novecento milioni di consumatori». Recita così il sottotitolo di Africa S.p.A., il saggio che l’economista Vijay Mahajan (già preside della Indian School of Business e titolare del John F. Harbin Centennial Chair in Business alla McCombs School of Business dell’Università di Austin, in Texas) ha voluto dedicare a un’Africa inedita, un’Africa che non sia solo guerre civili e carestie, morte e dolore. Un’Africa che «diventerà e in parte è già, un paese ricco di opportunità e con un enorme mercato in espansione, pieno di possibilità di crescita sia per le imprese che per i suoi abitanti».

James Mathenge, amministratore delegato di Magadi Soda, ha detto: «penso che il futuro del mondo sia l’Africa». Perché?
Semplice: per i bilioni di consumatori che la popolano. È ovvio che le imprese, dopo essersi aperte e avventurate in India e Cina, guarderanno nel prossimo futuro a questa opportunità. I mercati cinesi e indiani, oggi, sono molto competitivi: l’Africa diventerà quello che era l’India 15 anni fa. Il Sudafrica sta complessivamente meglio del resto del continente: prenderà il volo, come lo ha preso Singapore in Asia, diventando la piattaforma dell’Africa subsahariana. Ci sono infrastrutture funzionanti e Università. La tecnologia, poi, avrà un ruolo determinante. Johannesburg è ben connessa con il Nord America e l’Europa,  sarà un sorta di ponte tra l’Africa e il resto del mondo.

Secondo i suoi studi, la Broad Based Black Economic Empowerment (BBBEE, una legge che favorisce la ridistribuzione della ricchezza e la partecipazione alla vita economica del paese a favore delle classi sociali che ne erano state escluse durante l’Apartheid) in qualche modo potrebbe costituire un freno. Perché?
Il Financial Times scriveva proprio di questa legge, sostenendo che in Sudafrica ci sia stata una sorta di ripensamento al riguardo. Era una legge ottima per aiutare i neri ad entrare nel mainstream, per donare a chiunque delle opportunità, cioè sostanzialmente educazione, apertura per chiunque di essere, per esempio, a capo di un’impresa. Ma l’implementazione non è andata come si aspettavano. Sono preoccupati dal fatto che alla fine soltanto poche persone riescano a beneficiare di questa legge. Non sanno come migliorare. Ma d’altra parte è necessario investire in educazione: è questo che fa crescere e bisogna andare avanti in questo senso.

Nel suo libro lei descrive un mercato molto vasto, ricco di grandi possibilità, ancora non del tutto comprese. Cosa forma questo mercato in Sudafrica?
Qui il mercato è il migliore dell’Africa subsahariana e in costante rialzo, con le compagnie che avanzano senza recessioni. Sta crescendo e si sta affermando, infatti, quella che io chiamo “African Two”, una sorta di middle class, impiegata, per esempio, negli ospedali, nelle scuole, nel terziario. Questo gruppo è ambizioso, vuole educare i propri figli e assicurare loro un futuro migliore, vuole creare qualcosa di cui sentirsi orgoglioso, è ottimista e forte. Questo middle group è lo stesso che sta guidando la Cina e l’India, per esempio, con caratteristiche ovviamente differenti, ma con rappresentanti proveniente dallo stesso milieu socio-culturale. Unilever, che a Cape Town finanzia un centro di ricerca (www.unileverinstitute.co.za/), ha indagato su questo gruppo e l’ha chiamato “Black Diamont”, diamante nero: sono i futuri protagonisti del paese.

Quali sono le aree dell’economia in cui è possibile individuare un’eccellenza sudafricana o almeno una possibilità di sviluppo?
Ovunque. Il mercato è così grande che c’è solo da scegliere: sport, intrattenimento, educazione, medicina, arte. Per esempio è imponente l’industria cinematografica. Ma occorre investire. Bisogna che altri paesi, soprattutto l’Europa, facciano uno sforzo in più. In India, che al pari dell’Africa ha il legame di un passato coloniale con alcuni paesi europei, è stato investito molto, aprendo per esempio dei call center (desk di relazione con i clienti) nel paese. Viene insegnato ai bambini ad usare il computer e questo crea posti di lavoro, mobilità, sicurezza. Credo che anche in Sudafrica succederà qualcosa del genere. Oltretto l’Africa in generale ha un vantaggio che l’India o la Cina non hanno: si trova sullo stesso fuso orario dell’Europa e rispetto all’America non ha il problema dell’inversione giorno-notte. L’Unione Europea è da anni in Cina, dove per esempio ha aperto la China European International Business School a Shanghai: perché non lo fa in Africa o in Sudafrica? Solo la Francia ha aperto una scuola in Algeria e l’Olanda a Il Cairo. Questa è la sfida del nuovo secolo.

Una sfida che il suo libro lancia a tutta forza.
È proprio questo, infatti, che ha colpito del mio lavoro: vedere positivamente il continente. Coglierne le opportunità e lasciarle espandere. La mia percezione dell’Africa, prima dei viaggi che mi hanno portato a conoscerla veramente, era la stessa che hanno tutti: lì non succede niente, solo tragedie. Oggi so che non è così. Il futuro è l’Africa.