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Protagonisti

Sindiwe Magona

Scrittrice

Sindiwe Magona all'inaugurazione della mostra a Udine Sindiwe Magona all'inaugurazione della mostra a Udine

L’omicidio di una ragazza bianca che si era avventurata nella township di Guguletu. La violenza sessuale sulle bambine, anche neonate di15 giorni, da parte di uomini malati di Aids che credono così, secondo una leggenda, di guarire. Le voci di donne che voce non hanno mai avuto e che raccontano storie toccanti, fatte di piccole cose, piccoli gesti, che però restituiscono la grandezza e la complessità della vita. Sono solo alcuni degli spunti dei libri pubblicati da Sindiwe Magona in Italia, tutti per le edizioni Gorè: Da madre a madre, Guguletu Blues, Questo è il mio corpo. Sindiwe Magona è una donna di una forza straordinaria, potrebbe da sola rappresentare le mille anime del Sudafrica indomito e indomabile e sempre pieno di calore e colore. Nata nel Tranksei da una famiglia povera ma molto unita, Sindiwe si ritrova a 23 anni con tre figli, sola, in una township di Città del Capo. Il marito l’ha abbandonata, lei fa la domestica per tirare su tre bambini però ha la forza e la lucidità di riprendere a studiare, per corrispondenza: in breve si laurea. Nel 1976 il Tribunale internazionale per i crimini contro le donne la chiama a Bruxelles. Da lì all’Onu, a New York, dove ottiene un master alla Columbia University in Scienza delle organizzazioni sociali. Oggi a Città del Capo anima una Ong (Africa 2033) e insegna scrittura creativa alle donne che hanno subito violenza: una tecnica per uscire dal trauma, da cui è nato il libro Guguletu Blues.

Lei racconta spesso che la sua grande fortuna è stata quella di essere  stata lasciata da suo marito

Avevo 23 anni ed ero in attesa del terzo figlio da un marito che credevo si sarebbe preso cura di me e dei miei bambini. Invece mi abbandonò e all’improvviso mi ritrovai povera. Anche da bambina ero povera, ma avevo un padre e una madre che mi davano da mangiare. Forse non potevamo permetterci cibi nutrienti, ma non patimmo mai la fame. A quel punto invece io e i miei figli ci ritrovammo a non sapere come nutrirci. Era la metà degli anni Sessanta e non avevamo la cittadinanza sudafricana perché allora il governo ai neri non la concedeva. Perciò non avevamo diritto all’assistenza pubblica: non potevo andare all’ufficio della previdenza a chiedere aiuto per i miei bambini. Dovevo cavarmela da sola.
Ripensando alla mia infanzia, ho capito di essere stata fortunata ad avere dei genitori responsabili che sono stati un modello di comportamento per me.

Come ha fatto a sopravvivere?

Mi resi conto che soltanto l’istruzione mi avrebbe consentito di sopravvivere. Non avevo finito la scuola superiore, mi mancavano due anni al diploma. Il problema era che il governo aveva chiuso tutte le scuole serali per gli africani e io di giorno non potevo, dovevo lavorare per dare da mangiare ai miei bambini. Così ho fatto la domestica per quattro anni presso alcune famiglie di bianchi. Quando riuscii a mettere da parte un po’ di soldi, mi iscrissi a una scuola per corrispondenza e in due anni conseguii il diploma. Il fatto di avere superato gli esami nonostante avessi lasciato la scuola già da sei anni, mi incoraggiò molto. Mi stimolò ad andare avanti.

Dal diploma all’attestato di insegnamento

Riuscii ad avere un posto da insegnante. A quel punto, decisi di fare domanda per una borsa di studio per frequentare l’università in Inghilterra. Mi iscrissi alla London University e dopo un corso di due anni superai l’esame di livello avanzato. Poi, presso l’Università del Sudafrica, Unisa, conseguii la laurea di primo livello (Bachelor of Arts). All’epoca, l’Unisa era l’unica università aperta a tutti, bianchi e neri.
Mentre io prendevo la laurea i miei figli non andavano a scuola perché all’epoca – era il 1976 – c’erano sempre disordini e gli studenti boicottavano le lezioni. Trovai un posto come insegnante in una scuola di bianchi molto prestigiosa. Ero nell’aula e guardavo come si comportavano quei ragazzi che appartenevano alla crème de la crème, all’alta società. Li paragonavo ai miei figli e alla stupide scuole che frequentavano, anzi che non frequentavano perché appunto stavano fuori a creare disordini. Anche io credevo nella libertà e nelle cause per cui i giovani lottavano. Però così non imparavano niente. I miei figli hanno perso cinque anni di scuola.

Non era d’accordo con lo slogan “Liberazione prima dell’istruzione”?

Lo ritenevo sbagliato. Adesso tutti quei giovani stanno pagando le conseguenze di aver sacrificato la loro istruzione: non trovano lavoro. Questo è un grosso problema in Sudafrica. Non mi riferisco alla disoccupazione, ma alla condizione di chi è inidoneo al lavoro. I giovani non sono qualificati per nessun tipo di lavoro e questo è spaventoso. Insomma: la mia vita è cambiata per errore. È per questo che ora, quando mi guardo indietro, ringrazio Dio che mio marito mi abbia lasciato.

Il suo libro Da madre a madre è considerato un must della letteratura sudafricana. Come è nata questa idea?

Prende lo spunto dalla storia, narrata da un punto di vista tutto particolare, dell’assassinio della studentessa americana Amy Biehl (1993): il racconto si svolge in prima persona e la voce narrante è quella del ragazzo che ha ucciso Amy. Quando avvenne il fatto, non mi colpì in modo particolare. Era un periodo pieno di violenze, di tensioni, stava crollando il regime dell’apartheid. Otto mesi dopo stavo tornando in Sudafrica per partecipare alle prime elezioni libere, quando in aeroporto incontrai un’amica. Ci mettemmo a parlare, poi il discorso cadde  su Amy Biehl: scoprii che uno dei ragazzi che aveva ucciso Amy era il figlio di una mia amica d’infanzia. Lanciai un urlo. Abitava vicino a casa mia, giocavamo insieme e, come si dice nella mia lingua xhosa quando si è molto vicini a una persona, conoscevo la sua saliva. La conoscevo veramente perché da bambine ci dividevamo le caramelle e i lecca lecca. Per la prima volta nella mia vita, provai dispiacere per la famiglia dell’autore di un crimine. Non riuscivo neanche ad immaginare come facesse la mia amica ad affrontare quella situazione. Fu così che mi venne l’idea.

E poi?

Anche se non le scrissi nemmeno una lettera, per due anni il dolore covò in me: cercai di immaginare come si sentisse la mia amica, la vergogna che provava, la sua sofferenza per la madre della vittima. Pensavo a tutte queste cose mentre la ricordavo da giovane, entusiasta, piena di vita e brillante. Nella nostra tradizione, quando una persona arreca un danno a qualcuno, deve andare da quella persona a scusarsi.

È quello che nel vostro paese avete tentato di fare con la Riconciliazione


La vita delle persone continua e non si può vivere con il rimorso, bisogna restare fianco a fianco nonostante tutto. Chi ha sbagliato deve rendersi umile di fronte alla parte offesa e quest’ultima, che ha il potere di perdonare, deve mostrare umanità nei confronti di quella persona e permetterle di andare avanti. Non si può lottare tutti i giorni della vita per una cosa che è successa un anno o dieci anni prima. Dobbiamo essere in grado di incontrarci per strada e salutarci. Forse non diventeremo amici, ma siamo esseri umani e dobbiamo convivere. Questa è la nostra tradizione.

Perchè ha iniziato a pensare a tutte le cose che la sua amica, la madre di uno degli assassini, avrebbe potuto dire alla madre di Amy?

La mia amica aveva avuto il primo figlio all’età di 14 anni e a vent’anni il marito l’aveva lasciata con tre figli. La sua vita è il prodotto tipico dell’apartheid: una vita sprecata, un potenziale mai realizzato. Il mio cuore era pieno di angoscia per lei. Poi, un giorno, a Guguletu, fu organizzata una marcia per Amy Biehl. Qualcuno pronunciò un discorso dicendo che bisognava rendere Guguletu un luogo sicuro. Ma Guguletu non era un luogo sicuro prima della morte di Amy e non lo sarebbe certo diventato dopo la marcia. Credevano che bastasse una marcia per cambiare le cose e che non capivano che bisogna prima cambiare la mentalità della gente e l’ambiente. Il mio cuore per due anni grondò di tristezza per la mia amica. Piangevo tutti i giorni pensando a cosa avrebbe detto alla signora Biehl per aiutarla a capire che non era solo suo figlio ad essere colpevole del delitto, ma tutto il Sudafrica era colpevole di avere permesso all’odio razziale di mettere radici così profonde attraverso l’apartheid. L’apartheid poteva sfociare solo nell’odio razziale. Quindi, come nazione, siamo responsabili della morte di quella ragazza americana.

E’ a questo punto che nasce il libro?

Mi sono comportata da vigliacca perché non ho telefonato alla signora Biehl e non ho nemmeno cercato il suo indirizzo. Però il pensiero che avrebbe dovuto ascoltare le parole della mia amica, le nostre parole come nazione nera e il nostro dolore per sua figlia non mi abbandonava. Un giorno partecipai a un workshop di scrittori e quando mi chiesero cosa avessi intenzione di scrivere, dissi: un libro dal titolo Mother to mother, dalla madre dell’assassino alla madre della vittima. Al che ci fu un’esclamazione di stupore. La settimana seguente avrei dovuto consegnare il primo capitolo. Così andai a casa e mi misi a scrivere. Scrissi 35 o 36 pagine nelle quali vennero fuori tutte le cose che avrei voluto dire alla signora Biehl. Sei settimane dopo, al termine del workshop, avevo scritto soltanto quelle 36 pagine. Ho impiegato un altro anno a scriverlo. All’inizio misi il libro da parte – lo chiamo libro, ma in effetti era soltanto una lettera alla signora Biehl - ma poi mi misi a pensare a cos’altro avrei potuto scrivere. Esaminare le varie possibilità non è un fatto creativo, ma è così che è nato il libro. Non ho scelto di scrivere questo libro, è il libro che mi ha chiesto di essere scritto. 

Parlò con i genitori della ragazza?

Ero terrorizzata, ma lo feci. Incontrai il padre di Amy, Peter, e gli diedi da leggere gli altri quattro libri che avevo scritto. Parlammo un po’ e poi Peter mi chiese se potevo fargli un favore, far uscire il libro il 25 agosto anziché a settembre. Naturalmente gli dissi che avrei chiesto al mio editore. Poi mi chiese una copia del libro e il mio biglietto da visita e mi invitò a bere un caffè. Mi sentivo così a disagio che rifiutai dicendo che avevo un altro appuntamento. Due mesi dopo la pubblicazione del libro, mi telefonò. Con una voce che sembrava venire dall’oltretomba mi disse: “Sono Peter Biehl. Abbiamo ricevuto il libro e l’abbiamo letto”. Poi, cambiando completamente tono, mi disse che gli era piaciuto molto e aveva acquistato 40 copie per distribuirle a tutti gli amici, compreso l’Arcivescovo Desmond. Incontrai nuovamente i Biehl a New York e quando furono invitati a parlare dei diritti umani alle Nazioni Unite mi chiesero di partecipare. Un giorno pranzammo insieme: la madre di Amy mi abbracciò e mi disse che aveva letto il libro per la seconda volta e che l’aveva aiutata a capire. Ora la famiglia Biehl ha istituito la Fondazione Amy Biehl che si occupa di giovani svantaggiati del Sudafrica, cerca di salvarli e di aiutarli a non diventare dei criminali.

Quando la Commissione per la Verità e la Riconciliazione ha proposto la grazia per i quattro ragazzi, la famiglia Biehl non si è opposta

Non solo. Due di quei ragazzi adesso lavorano per la Fondazione Amy Biehl. Peter Biehl è morto, ma spesso la signora Biehl li porta con sé quando va a fare discorsi o conferenze. Nel 2002 o 2003, quando ero ancora negli Stati Uniti, vennero a New York e parteciparono a una conferenza sulla Riconciliazione. I Biehl sono persone straordinarie, che non si limitano a credere, ma agiscono. È inutile avere delle convinzioni se non si trasformano in azione. A che serve una convinzione che non si manifesta? A che serve se viene tenuta nascosta? La gente muore di fame. Siamo tutti convinti che non dovrebbe morire di fame, ma non facciamo niente. Invece dobbiamo fare qualcosa.

In occasione della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, Peter Biehl è stato in Sudafrica. Quando durante un’intervista gli è stato chiesto quale fosse stata la sua reazione alla liberazione dei quattro ragazzi, ha detto: “Spero che questi quattro giovani ricevano il sostegno di cui hanno bisogno per vivere una vita che valga la pena”

Gli assassini di sua figlia avevano bisogno di sostegno per uscire dalla disperazione e diventare dei cittadini che vivono una vita degna di essere vissuta. Se siamo intelligenti come nazione e come abitanti del mondo, dobbiamo guidare e aiutare i giovani a uscire dalla disperazione prima che si trasformino in criminali. È proprio quello che sta facendo la Fondazione Amy Biehl e spero sia quello che farà Sudafrica 2033, l’organizzazione da me fondata.

Da madre a madre viene usato in situazioni di conflitto

Negli Stati Uniti, per esempio, lo leggono insieme donne ebree e arabe in un’organizzazione di madri a Brooklyn. Non so se ricorda quel bambino nero ucciso da un rabbino e la violenza che l’episodio provocò. Queste donne stanno cercando di rimarginare quella ferita. Inoltre, viene usato anche nelle scuole per parlare della riconciliazione nel Sudafrica.