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Teatro

Johannesburg, versione  moderna della  Carmen di Bizet Johannesburg, versione moderna della Carmen di Bizet

Si direbbe che il Sudafrica sia il paese del teatro: cabaret, dramma, commedia, musical, danza, balletto, classica, opera, nella sua tradizione non manca niente. E per rappresentare tutta questa varietà di produzioni si va da location storiche e tradizionali a strutture postmoderne, passando attraverso gli allestimenti stravaganti delle campagne (ex fattorie, mercati della frutta convertiti in auditori) o delle township, fino ai Casino. Nel paese si contano oltre 100 spazi attivi che offrono sia piece indigene sia testi classici sia show da main stream alla Broadway, con festival grandi e piccoli che coprono tutto l’arco dell’anno (il più importante è il National Arts Festival di Grahamstown, che da 30 anni porta in scena gli artisti sudafricani di maggior rilievo).

DALLE ORIGINI

L’esplosione artistica però è fenomeno nuovo. Facendo un passo indietro nel tempo, sono solo due i fenomeni rilevanti per quanto riguarda la creatività del teatro sudafricano: il musical King Kong, che negli anni Cinquanta del Novecento travolse il mondo, e il lavoro degli anni Settanta del Market Theatre di Johannesburg. L’Apartheid, infatti, impediva qualsiasi contatto degli artisti indigeni con il resto del mondo che dovevano per forza contare solo sulle proprie risorse.

Se volessimo rintracciare gli albori della tradizione teatrale sudafricana, dovremmo risalire alla tradizione orale: intorno ai fuochi si narravano drammi a un pubblico di famiglie e lavoratori: le performance sul palco sono tardive — 1830 — anche perché il calvinismo degli ugonotti considerava il teatro stregoneria.

Negli anni Venti-Trenta del Novecento inizia a fiorire, nelle township nere, l’usanza di arrangiare rappresentazioni teatrali a tema lavoro, per incoraggiare chi faticava tutto il giorno. Nel 1932 nasce la Bantu Dramatic Society con la specifica missione di incoraggiare il teatro e le arti bantu: il primo dramma di un autore nero pubblicato in inglese fu quello di Herbert Dhlomo, un tentativo tutto politico di usare l’arte per sfidare i coloni.

Di sicuro erano le due famose township di Johannesburg (Sophiatown) e di Capetown (District Six) le più vive artisticamente, grazie alla commistione etnica (bianchi, neri, asiatici, “coloured”) e allo stile di vita aperto a qualunque scambio. Qui, dagli anni Quaranta, il teatro si contaminava col jazz americano, con gli artisti locali e con gli inglesi, e le gag comiche, la musica dal vivo, e la danza e le canzoni tradizionali diventavano parte di una stessa rappresentazione. La distruzione di queste township non inghiottì anche i due musical nati proprio in queste strade, premiati poi in tutto il mondo: District Six e King Kong, che nel 1959 debuttò al Witwatersrland University Great Hall e poi a Londra, facendo conoscere a tutto il mondo la cantante Miriam Makeba.

 
POST APHARTEID: GLI ANNI '90 DEL NOVECENTO

Inizialmente, visto il crimine diffuso, la gente non usciva di casa e gli autori, umiliati come persone e poi anche come artisti, tacevano o, per sopravvivere, scrivevano soap per la tv. Ma poi, piano piano, i manager dirottarono la produzione offrendola in location fuori dai sobborghi più pericolosi (al Museo delle Miniere d’Oro, nei Casino, nei centri commerciali), riuscendo in tal modo ad attivare un circuito virtuoso. Ed ecco, col sorgere del nuovo secolo, il Market Theatre Laboratory, il Saturday Children’s Theatre Workshops al Liberty Theatre on the Square, il Cape Town Theatre Lab, il Johannesburg Youth Theatre, con eventi importanti come il Market’s Community and Young Writers’Festivals.

Sparito il tentativo di propaganda politica, quindi, il teatro torna a se stesso con nomi di rilievo anche internazionale come Lesego Rampolokeng, Xoli Norman, Mondi Mayepu, Heinrich Reisenhofer e Oscar Petersen, Fiona Coyne, Mark Lottering, Nazli George, Craig Freimond, e Rajesh Gopie che parlano liberamente di temi attuali, compresi omosessualità e droga, e interagiscono col pubblico, sempre più giovane, al passo con le sperimentazioni artistiche internazionali. Nascono nuovi teatri ovunque (l’Artscape, il Warehouse e l’High Street Theatre di Cape Town, con lavori in afrikaans) e persino al Free State, un tempo conservatore, il Performing Arts Council promuove talenti locali in tutti i campi artistici.