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Monicelli: per lui la morte era da sfidare

30 novembre, 18:14

di Francesco Gallo

ROMA - Mario Monicelli aveva uno strano rapporto con la morte. Non ne aveva paura, anzi casomai la sfidava. L'aveva d'altronde già vista diritta negli occhi nel 1946, con il suicidio del padre al quale aveva assistito e poi l'aveva raccontata in tanti film come la legittima ossessione di un super laico come lui che non aveva risposte per l'aldilà. Già in 'Brancaleone alle crociate' il regista - che si è tolto la vita ieri sera a 95 anni - aveva messo su una scena-dialogo in cui lo spavaldo Cavaliere Brancaleone (Vittorio Gassman) si deve confrontare nel deserto con la morte (Gigi Proietti). Un lungo dialogo tra i due che, alle fine, diventa una sfida alla stessa morte, ma alla pari: "combatti così io avrò te, ma gloriosamente come mi spetta" dice Gassman. Ma la morte è centrale anche in un altro film di Monicelli, quello da quasi tutti considerato il suo capolavoro: 'La grande guerra'. Qui, in una delle ultime sequenze, i soldati un po' cialtroni come Vittorio Gassman e Alberto Sordi, sbeffeggiati da un ufficiale austriaco che li minaccia di morte, se non parlano, trovano un coraggio inaspettato e affrontano, con più o meno coraggio, la morte per fucilazione. E una morte tutta da ridere irrompe anche in 'Amici miei' quando al funerale di Perozzi si confondono divertimento e dolore. Si tratta di una delle scene più famose della saga, ovvero i necrologi di Giorgio Perozzi, protagonista del primo atto di 'Amici miei', giornalista de La Nazione che fu interpretato da Philippe Noiret e che ha avuto, tra l'altro, a giugno un remake-corto a firma del regista Federico Micali dal titolo 'L'ultima zingaratà. Mario Monicelli, poi, vista l'età, era stato negli anni l'involontario destinatario di tante telefonate post mortem di amici e colleghi da parte dei cronisti alla ricerca di un suo autorevole commento a caldo.

Va detto che non si rifiutava mai, quasi la morte riguardasse gli altri ma non lui. Il problema, casomai, era il contrario: impedirgli di dire le più amare verità sull'illustre amico appena scomparso, anzi a volte diceva: "Chissà chi mai chiamerete quando sarò morto io?". Quando se ne andò Furio Scarpelli, ad aprile, Monicelli raccontò gli incontri con lui nella trattoria di Roma 'Da Otello': "E' sempre stato per noi un modo di vederci, tra sopravvissuti, anno dopo anno, sempre meno numerosi, ma in fondo con la stessa voglia di vivere e la stessa curiosità per il mondo che cambia". Alla morte, invece, del direttore della fotografia Tonino Delli Colli, nel 2005, aveva sottolineato, forse immedesimandosi, come fosse "un uomo molto laico (proprio come lui, ndr) che non aveva paura della morte, nonostante non credesse nell'aldilà". Insomma la morte non faceva paura a Monicelli, e ci scherzava su come poteva. Per lui contava, invece, molto di più "il fatto di dire la verità, sempre e comunque, su quello che ci circonda", una verità che valeva anche per chi appunto era appena scomparso. Così di Nino Manfredi aveva detto, con la sua solita, cinica ironia, che era troppo preciso e voleva controllare tutto, mentre da lui parole più 'amabili' erano arrivate per Alberto Sordi: "Con la sua cattiveria corrosiva, Sordi ha tirato fuori i lati dell'italiano non più servile, ma ribelle, contravvenendo a tutte le regole del comico misero e sfigato".

Infine, raccontando in un'intervista del 2007 a Vanity Fair la morte del padre, aveva detto: "Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto".

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