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Meredith, la sentenza Tutti i titoli

"Knox e Sollecito colpevoli"

23 settembre, 09:31

Raffaele Sollecito, venticinquenne ingegnere informatico di Giovinazzo, e Amanda Knox, studentessa nata 22 anni fa a Seattle, sono responsabili di avere ucciso e violentato Meredith Kercher insieme a Rudy Guede, già condannato alcuni mesi fa, con rito abbreviato, a 30 anni di reclusione, poi ridotti a 16 in appello. Per questo la Corte d'assise di Perugia ha inflitto 26 anni di reclusione all'americana e 25 al giovane pugliese. Una sentenza arrivata dopo 14 ore di camera di consiglio. Accolta tra lo sconforto dai due imputati e dai loro familiari presenti in aula. "Ampiamente soddisfatti" i familiari di Mez che sono rimasti però praticamente impassibili al momento della lettura del dispositivo.

"Una sentenza che rende giustizia alla memoria di Meredith" ha detto l'avvocato Francesco Maresca che li ha rappresentati insieme a Serena Perna. "L'impianto accusatorio ha tenuto" il commento del pubblico ministero Giuliano Mignini che ha sostenuto le tesi dell'accusa insieme a Manuela Comodi. "Attendiamo di leggere le motivazione della sentenza della Corte d'Assise - ha aggiunto quest'ultima - nella convinzione che la pubblica accusa ne condividerà l'impianto. Credo che difficilmente proporremo appello" I due magistrati avevano chiesto per i due imputati la condanna all'ergastolo ma la Corte ha concesso loro le attenuanti generiche, con la conseguenza di uno sconto di pena. Per la Corte presieduta da Giancarlo Massei, Sollecito e la Knox erano, insieme a Guede, nella casa di via della Pergola quando, nella notte tra il primo e il 2 novembre del 2007, Mez venne uccisa con una coltellata alla gola nel corso di un aggressione maturata in un contesto a sfondo sessuale e di risentimento. Quello provato dalla Knox nei confronti della sua coinquilina che - in base alla ricostruzione accusatoria - la criticava per la scarsa igiene e perché aveva portato alcuni ragazzi in casa. Per i pm fu la Knox a portare Guede e Sollecito nell'appartamento dove cominciò una discussione tra le due giovani sfociata nell'omicidio. Fu Amanda - hanno ritenuto gli inquirenti - a colpire al collo l'inglese con un coltello portato da casa di Sollecito mentre il suo allora fidanzato la teneva insieme all'ivoriano che tentò anche un approccio sessuale. Quest'ultimo fuggì e venne poi arrestato in Germania mentre Sollecito e la Knox tornarono nella casa - secondo l'accusa - simulando un furto per sviare le indagini. Per conoscere perché i giudici hanno condannato i due giovani sarà necessario attendere il deposito delle motivazioni della sentenza.

La Corte d'assise deve però avere ritenuto attendibili gli elementi raccolti dalla squadra mobile, dallo Sco e dalla polizia scientifica. Come il Dna di Sollecito misto a quello della vittima trovato sul gancetto del reggiseno di Meredith o il suo codice genetico isolato, insieme a quello della Knox, su un coltello da cucina sequestrato in casa del giovane pugliese. L'arma del delitto secondo gli inquirenti, anche se le difese hanno ripetutamente contestato la sua compatibilità con le lesioni. Tra gli elementi sui quali i pubblici ministeri hanno fondato la loro ricostruzione c'é la testimonianza di Nara Capezzali che la notte dell'omicidio sentì un urlo straziante provenire dalla casa del delitto e poi passi di tre persone fuggire. Eppure Sollecito e la Knox hanno ripetuto che la notte del primo novembre loro nella casa di via della Pergola non c'erano. Si trovavano invece nella casa del giovane pugliese - secondo la loro versione - dove videro il film "Il favoloso di Amelié". Le loro difese hanno contestato l'attendibilità dei testimoni e i metodi di repertazione e analisi delle tracce con il Dna. Inutilmente però. Perché per la Corte d'assise di Perugia Sollecito e la Knox sono i responsabili dell'omicidio di Meredith Kercher. E Amanda anche della calunnia a Patrick Lumumba, il giovane finito in carcere qualche giorno dopo il delitto e poi dichiarato estraneo alla vicenda: un reato che ha avuto l'effetto di un anno in più di reclusione rispetto al suo ex fidanzatino.

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