Nanni Moretti
Regista presidente di giuria a Cannes: saro' un capoclasse. Giuria senza segreti, ormai di tabu' resta solo il conclave
16 maggio, 18:44
dell'inviata Alessandra Magliaro
CANNES - 1976, Io sono un autarchico: 'no, il dibattito no' urlava Nanni Moretti. 2012, il regista italiano adorato dai francesi è il presidente della giuria del 65/mo festival di Cannes che si apre stasera con il tenero Moonrise Kingdom di Wes Anderson. Gli anni passano, le idee cambiano. E infatti Moretti annuncia la prima regola della sua presidenza: "ci vedremo spesso, ogni due giorni per parlare dei quattro film visti". Moretti l'italien, che rilascia interviste solo ai giornali francesi - oggi è il giorno di Liberation - è, come diceva ieri il delegato generale del festival Thierry Fremaux, "concentré, concerné, honoré" e infatti alla conferenza ufficiale di oggi ha mostrato esattamente di essere concentrato, interessato, onorato. "Sarò molto democratico, una specie di capoclasse, uno dei nove. La cosa importante è vedere tutti i film con la stessa attenzione e lo stesso rispetto, per questo ci dobbiamo vedere spesso, così non li dimentichiamo".
A Liberation, il regista che l'anno scorso era in gara con Habemus Papam, ha parlato di altre tre regole, peraltro da lui già applicate da presidente della giuria della Mostra del cinema di Venezia nel 2001, l'anno della Palma d'oro per La stanza del figlio, ossia "non applaudire, né prima, né dopo le proiezioni, perché saremo osservati e ogni gesto sarà intepretato. Poi: vedere tutti i film, dall'inizio alla fine e infine non andare alle feste dei film in concorso". Ma su quest'ultimo passaggio a Libé ha fatto capire che potrebbe fare eccezioni. Accanto al presidente Moretti gli altri giurati: s'intuisce che il confronto più interessante sarà con il regista americano Alexander Payne (Paradiso amaro con George Clooney), che detto per inciso parla pure in italiano, e con il pazzerello stilista Jean Paul Gaultier, che ha fatto i costumi di vari film di Pedro Almodovar e del Quinto elemento di Luc Besson e vuole essere "trasportato dall'emozione che si prova da spettatore normale, da amante del cinema classico, d'autore come i film di Antonioni o divertente come Rocky Horror picture show". Meno paritario potrebbe essere il rapporto con gli attori Ewan McGregor, Diane Kruger, Emmanuelle Devos, la palestinese Hiam Abbas e forse con la regista inglese Andrea Arnold e il regista-produttore-ministro della cultura di Haiti Raoul Peck, poco esposti nell'incontro con la stampa.
"Non ho studiato 'le vite degli altri' - ha detto Moretti serioso, per l'occasione in cravatta rosso scuro -, li stimavo tutti e sono felice di stare qui con loro. Sono allegri e di buon umore e questo farà bene alla giuria. Mi stimola lavorare con tutte queste persone aperte, è un'ottima premessa di buon lavoro, nessuno viene qui con pregiudizi negativi". In una precedente intervista - ai francesi ca va sans dire - Moretti ha detto che dai film del festival si aspetta "di essere sorpreso", sperando di evitare il deja vu. Esattamente? Moretti cita un classico di Mina e risponde: "parole, parole, parole. Che ognuno di noi dice - testuale - avant le festival. Poi ci saranno i 22 film e le nostre diverse sensibilità a confronto. Forse intendevo dire che a volte abbiamo impressione di vedere film che abbiamo visto 100 volte". Di tutto il lavoro che spetta alla giuria di una cosa Moretti sembra dispiaciuto: che sia caduto "il tabù della riservatezza e del silenzio. Quando ero in giuria 15 anni fa c'era questo obbligo, ora invece il festival la sera del palmares fa incontrare la stampa con i giurati, vorrà dire che diremo solo cose diplomatiche, banali, o forse no. Di tabù - ha concluso citando il suo Habemus Papam - è rimasto ormai solo il conclave".







