INTERVISTA - Luca Tarantelli, in un libro la ricerca del padre
09 maggio, 15:12Correlati
di Enrica Di Battista
Un viaggio intimo, una catarsi, di un figlio alla ricerca di un padre ucciso dalle Brigate Rosse. Ma al tempo stesso una ricostruzione degli Anni di piombo non solo dal punto di vista della violenza del terrorismo ma da quello della storia politico-sociale. E' questo, in sintesi, "Il sogno che uccise mio padre. Storia di Ezio Tarantelli che voleva lavoro per tutti" (Rizzoli). L'autore è Luca Tarantelli, il figlio dell'economista ucciso dalle Br il 27 marzo 1985, che in un'intervista all'ANSA - disponibile anche in audio su ANSA.it - spiega come questo libro sia stato l'occasione, 27 anni dopo la morte del padre e dell'economista, "per superare il trauma", per riaccostarsi ad un padre "rimosso nella sua fisicità".
Il libro esce oggi, alla vigilia del Giorno della Memoria delle Vittime del terrorismo: domani a Palazzo Madama si terrà la commemorazione con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che prima deporrà una corona di fiori sotto la lapide di Aldo Moro in via Caetani. Luca Tarantelli, che aveva 13 anni quando il padre Ezio venne ucciso, nel volume scrive poco delle Brigate Rosse ed affronta soprattutto "l'aspetto della storia sociale dell'epoca", al contrario il ritratto di quegli anni è stato troppo incentrato, secondo Tarantelli, sulla violenza del terrorismo e degli Anni di piombo, "come se gli anni Settanta fossero stati solo un semplice succedersi di episodi e di trame oscure, mentre sono stati anche caratterizzati da grandi riforme e da movimenti sociali".
Prima il libro di Mario Calabresi nel 2007, poi quello di Benedetta Tobagi nel 2009 hanno aperto a Luca Tarantelli la porta della rielaborazione di quanto accaduto, come scrive lui stesso nell'introduzione al libro. "Il libro di Calabresi è stato quello che ha davvero aperto la breccia nel muro", spiega. Ci sono voluti tanti anni affinché si levasse la voce delle famiglie delle vittime del terrorismo non solo, dice Tarantelli, perché si tratta di tirare fuori "un vissuto doloroso" ma anche perché "fino a quel momento c'é stata una indifferenza delle istituzioni, perché il dibattito era incentrato sul perdono e sul non perdono, che secondo me era una questione sollevata ad arte da alcuni affinché non se ne facesse un'analisi. Il nostro Paese ha sempre avuto la tendenza a rimuovere", conclude Tarantelli.
enrica.dibattista@ansa.it
Il documentario del 2010








