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La giornata politica

06 luglio, 20:02

di Pierfrancesco Frere'

La rivolta contro i tagli della spending review era prevedibile. Il fatto che le critiche al governo piovano da un po' tutti i fronti dimostra che stavolta Mario Monti ha colpito nel segno, aggredendo alcuni nodi (come gli sprechi della sanità, del pubblico impiego e delle province) che finora erano stati un tabù. Eppure il tentativo del Professore di derubricare le critiche delle parti sociali a pure "perplessità ", causate da un provvedimento molto complesso, appare riduttivo. Da fronti opposti, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e l'economista Tito Boeri gli contestano di non aver attuato una semplice riduzione della spesa ma una vera e propria manovra, una sorta di Finanziaria bis, che avrà effetti profondi su tutta l'economia italiana. Il punto è proprio questo: i sacrifici hanno un senso se riescono ad invertire il ciclo economico. Purtroppo sta accadendo esattamente il contrario: come ha sottolineato Chistine Lagarde, presidente del Fmi, la crisi mondiale sta diventando sempre più preoccupante; la recessione lambisce ormai non solo tutta l'Europa ma anche gli Stati Uniti e i Paesi emergenti come Cina, India e Brasile. Per quanto riguarda l'Italia, lo spread è salito ancora e adesso è a quota 470, un livello giudicato insostenibile.

Come mai i mercati non hanno reagito positivamente al vertice di Bruxelles con l'intesa sullo scudo antispread, fortemente voluto da Monti? Secondo l'economista Giacomo Vaciago la risposta è semplice: ci vogliono fatti e i fatti non si sono visti. La bilaterale Italia-Germania, al di là delle dichiarazioni d'intenti, ha dimostrato che in realtà gli strumenti sono solo teorici e ognuno continua ad andare per conto suo. Tanto che la Finlandia ha minacciato di uscire dall' euro piuttosto che pagare i debiti degli altri. Fonti Ue non sono state più rassicuranti: secondo Bruxelles sul ruolo della troika chiamata a vigilare sullo scudo hanno ragione sia Monti che Merkel, nel senso che l'intervento ci potrà essere ma dovrà essere modulato nei controlli a seconda del grado di affidabilità del Paese richiedente. Una confusione destabilizzante che chiaramente non può che essere bocciata dagli investitori. A questo punto l'obiettivo si sposta sul Parlamento dove Pdl e Pd si propongono di "vigilare". Che significa? Cambiare il decreto del governo? Pierferdinando Casini ha fatto sapere che sarà la sentinella del Professore.

Ma naturalmente bisognerà vedere a quali pressioni sarà sottoposta la maggioranza soprattutto in ottica preelettorale. Perché questo è il secondo interrogativo: Pdl, Pd e terzo polo hanno intenzione di procedere sulla strada di alcune limitate riforme (tra le quali la legge elettorale) e di far lavorare il premier oppure no? L'impressione è che per ora la risposta non esista. Il Pdl non ha ancora maturato una strategia per il 2013: c'é la nostalgia del rapporto con la Lega e perfino con l'Udc, come riconosce Denis Verdini, che riporta indietro le lancette dell' orologio a un tempo che non esiste più; e c'é la consapevolezza che le larghe intese per il momento non possono essere buttate a mare. Fabrizio Cicchitto ha precisato che la Grande Coalizione non è - per il futuro - nell'agenda del suo partito ma rappresenta un puro "esercizio di comunicazione" in attesa di un ritorno allo schema bipolare.

Ma il Generale Crisi lo consentirà davvero? Forse no a dar retta a Rocco Buttiglione per il quale "ormai siamo giunti al punto che è il mercato a comandare e non la politica". Tradotto: impossibile tornare a dividersi se la situazione economica precipita. In tal senso ha visto lungo Casini nel porre sul tavolo il tema di una "proroga" di Monti oltre le politiche 2013: potrebbe rivelarsi una necessità. Del resto tutti i sondaggi dicono che il Professore è l'unico "politico" popolare nell' elettorato e la "strana maggioranza" ha anche il problema di non lasciare campo aperto a Beppe Grillo. La cautela di Pierluigi Bersani è un segnale in questo senso: il Pd intende dire la sua con il premier, per non deludere il suo elettorato, ma allo stesso tempo lavora per un centrosinistra di governo che non conceda nulla al populismo e nemmeno all'oltranzismo di Antonio Di Pietro, sempre più distante dai democratici.

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