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Referendum: doppio no da Consulta

Respinti entrambi i quesiti sulla legge elettorale. Di Pietro: 'Regime', il Quirinale: 'Volgari attacchi'

13 gennaio, 16:08
Una veduta del Palazzo della Consulta a Roma
Una veduta del Palazzo della Consulta a Roma
Referendum: doppio no da Consulta

di Cristina Ferrulli

La Consulta boccia i referendum e toglie dal tavolo la pistola che avrebbe costretto i partiti a cercare un'intesa sulla riforma elettorale. Da oggi sembra in salita la strada per una nuova legge elettorale, come conferma il ritrovato amore di Berlusconi e Bossi per il Porcellum. L'ira dei referendari è tale che Antonio Di Pietro si scaglia contro il Colle, parlando di una "decisione politica per compiacere il Capo dello Stato". Offesa che Giorgio Napolitano non accetta liquidando come "volgari insinuazioni" gli attacchi dell'Idv e convocando in serata i presidenti di Camera e Senato per sollecitare la riforma. Dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio, i quindici giudici della Corte Costituzionale hanno deciso che il referendum, per il quale erano state raccolte 1,2 milioni di firme, non s'ha da fare. Bocciato sia il quesito che chiedeva l'abrogazione totale della legge Calderoli sia il secondo che puntava ad una abrogazione in parti ripristinando di fatto il Mattarellum.

E la palla torna al Parlamento e ai veti incrociati dei partiti sui vari modelli elettorali. Nonostante il no fosse stato ampiamente previsto alla vigilia, la delusione del comitato referendario è cocente: "Rispettiamo la sentenza ma la battaglia per il maggioritario va avanti", commentano sia il presidente Andrea Morrone sia Arturo Parisi. Non ha invece lo stesso fair play verso il verdetto il leader Idv Antonio Di Pietro: "L'Italia si sta avviando lentamente verso una rischiosa deriva antidemocratica" é l'anatema dell'ex pm che boccia la decisione della Consulta come sentenza "non giuridica ma politica per far piacere al Capo dello Stato e alla maggioranza trasversale e inciucista del Parlamento". "Volgari insinuazioni", segno "solo di una scorrettezza istituzionale" per il Colle, da sempre in pressing sui partiti a sostegno delle riforme istituzionali. Ma se lo scontro tra Antonio di Pietro e il capo dello Stato é la polemica di giornata - non la prima tra il leader Idv e il Quirinale - la decisione della Consulta è destinata ad allungare ombre sulla riforma della legge elettorale, sulla quale i partiti cominciavano a mettere la testa per evitare gli effetti, non graditi da tutti, del ritorno al Mattarellum se il referendum fosse stato approvato a giugno.

Le intenzioni, soprattutto di Pd e Terzo Polo, sono ottime ma le difficoltà non mancano e le più alte cariche dello Stato, da Napolitano ai presidenti delle Camere Gianfranco Fini e Renato Schifani, ne appaiono consapevoli. "Ora tocca alle forze politiche - spronano in una nota dopo un incontro in serata al Quirinale - e alle Camere assumere rapidamente iniziative di confronto concreto sui temi da affrontare e sulle soluzioni da concertare". Molto determinato a prendere in mano il pallino della riforma è il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che offre alla discussione la proposta di legge del Pd, fondata su un mix di collegi maggioritari intorno al 70 per cento e di seggi proporzionali. "Siamo impegnatissimi a cambiare il Porcellum", sostiene il segretario Pd e sulla stessa lunghezza appare il leader Udc Pier Ferdinando Casini, che però tifa per il modello proporzionale alla tedesca e chiede, come in realtà altri, che la legge elettorale si faccia dopo il superamento del bicameralismo e il dimezzamento dei parlamentari. Non sembrano, invece, avere alcuna ansia di riforma Silvio Berlusconi e con lui Umberto Bossi, oggi tornati 'alleati' anche sul voto per Cosentino. Il porcellum per il Cavaliere "é una buona legge, va solo migliorata" mentre per il Senatur, in rotta con Roberto Maroni anche sulla riforma elettorale, "la migliore legge elettorale è quella che c'é perché presto si va al voto".

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