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Mirko Tremaglia morto a Bergamo

E' stato ministro per gli Italiani all'Estero. Eletto con il Pdl nel 2008 era poi passato a Futuro e Liberta'

30 dicembre, 20:54
Mirko Tremaglia
Mirko Tremaglia
Mirko Tremaglia morto a Bergamo

di Paolo Cucchiarelli

Mirko Tremaglia citava spesso un brano de ''La casa in colina'' del comunista - ci teneva a ricordarlo - Cesare Pavese: "Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche da morto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso". Il ruolo di "cerniera" piaceva a Tremaglia che ha mirato proprio a trovare un qualcosa di "alto e comune" che potesse dare un senso a quei morti e a chi aveva sparso quel sangue. E il "bergamosco volante", ambasciatore itinerante degli italiani all'estero lo trovò, nella sua lunga carriera politica iniziata a 17 anni nelle file dei "ragazzi di Salo" e chiusasi oggi a 85 anni, nella difesa della italianità, soprattutto all'estero. Laureato in Giurisprudenza, avvocato, entrò nel 1946 nell'Msi. Nel 1972 la prima elezione in Parlamento dopo aver lavorato con Arturo Michelini e Giorgio Almirante.

Da allora una sola meta: il diritto di voto per i concittadini emigrati, con una posizione coraggiosa e spesso solitaria anche nel partito e la ricerca di una identità italiana conciliata e rafforzata attorno al rispetto di tutti i caduti. La sua vera vittoria politica l'ebbe nel 1996 quando l'appena eletto Presidente della Camera Luciano Violante si rivolse a lui, strappando un liberatorio applauso, nel dire che sarebbe stato il "Presidente di tutti" dato che era ora di riflettere "sui vinti di ieri per capire, senza revisionismi e falsificazioni, anche chi si schierò dalla parte di Salò". E non si capisce questa sua battaglia solitaria e contro corrente per il voto all'estero senza guardare proprio a quei ragazzi. Tremaglia era stato nel campo di prigionia di Coltano, vicino Pisa, insieme a Raimondo Vianello nel 1945 condividendo un percorso che fu di tanti altri: Albertazzi, Walter Chiari, Dario Fo. Il suo ideale rimase, tra le mille difficoltà politiche di gestione del quotidiano, quella italianità un po' emotiva ma genuina che Tremaglia vedeva come elemento chiave del suo impegno politico.

Solo l'italianità poteva permettere di far divenire "pietra d'angolo" anche i nemici, i morti di quel brano di Pavese, oltre ai partigiani protagonisti della Resistenza che aveva fondato la Repubblica. E sarà proprio lui, dopo un iniziale veto nel 1994, a ricoprire la carica di ministro della Repubblica nata dalla Resistenza pur ricordando sempre, anzi difendendo e guardando indietro a quei ragazzi che andarono a cercar "la bella morte" a Salo'. Fu il ministro degli italiani nel Mondo salvo poi vedersi attaccare duramente da Silvio Berlusconi che gli imputava la sconfitta nelle politiche per quella manciata di voti sparsi nei cinque continenti che gli erano mancati. Un percorso lungo e accidentato il suo, fatto di cambiamenti e conversioni (Msi, An, Pdl e Fli). E oggi Fini parla di un testimone rigoroso della italianità; un uomo ascoltato e rispettato dagli avversari e dagli uomini del suo partito che spesso ha sorpreso per quella sua capacità di mantenere fede alla sua visione delle cose e al contempo al mutare delle necessità politiche imposte dai tempi. Rimase in An dopo la fine dell'Msi, voltò duramente la faccia a Berlusconi, fu filo atlantico e filo americano, andò a Cefalonia, lui ragazzo di Salò, per onorare chi aveva creduto e difeso la Patria contro i nazisti. "Migliaia di ragazzi, quando tutto era perduto, pensarono di voler salvare la Patria da una durissima rappresaglia arruolandosi volontari", spiegò nel 2001. Un uomo ricco di contraddizioni ma che l'ultima volta che ha votato ha raccolto l'applauso di tutta l'Aula di Montecitorio perché il problema che l'ha guidato - e questo gli è stato riconosciuto - è stato ricordare sempre quei giovani morti evocati da Pavese e ricercare un senso di condivisione con chi quel sangue l'aveva sparso

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