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LA GIORNATA POLITICA

21 giugno, 21:30

di Pierfrancesco Frere'

ROMA - E' stato un esercizio di realpolitik. Silvio Berlusconi, nel suo discorso al Senato, ha probabilmente fatto violenza a se stesso nel rinunciare ai toni perentori del passato, per illustrare una realta' che anche l'opposizione non puo' contraddire: una crisi di governo oggi esporrebbe l'Italia all'assalto della speculazione internazionale e dovrebbe fare i conti con l'assenza di una reale alternativa politica. Naturalmente il premier ha condito la sua osservazione con gli ingredienti del caso: la solidita' dell'amicizia con Umberto Bossi, la determinazione a concludere la legislatura completando il programma e l'appello all'opposizione perche' si dialoghi sulle riforme. Ma a ben vedere la vera novita' e' un'altra: per la prima volta in un'aula parlamentare il Cavaliere ha detto che non fara' il premier a vita e ha parlato di un'eredita' da lasciare al Paese. Quale? Il movimento dei moderati italiani ispirato al Partito popolare europeo. Tema non nuovo ma che recentemente ha ripreso quota nel Pdl dopo la nascita dei gruppi dissidenti e di correnti interne che rischiano di disgregarlo. Quello di Berlusconi e' un segnale a Bossi? Difficile dirlo. Colpisce che l'accenno, peraltro annegato nelle pieghe di una riflessione sul rinnovamento della politica italiana, giunga proprio quando la Lega comincia a interrogarsi sulla sua leadership. Il Senatur non risponde con chiarezza a chi gli chiede se alle prossime elezioni Berlusconi sara' ancora il candidato premier del centrodestra: subordina ogni decisione a cio' che la maggioranza sara' capace di fare in base allo ''scadenzario'' imposto dal Carroccio. Comunque sembra gia' guardare oltre. Del resto anche tra i lumbard c'e' tensione: il capogruppo Marco Reguzzoni (bossiano) rischia la poltrona e l'attivismo di Roberto Maroni e' seguito con sospetto dagli altri pretendenti alla successione tanto che il Senatur ha fatto sapere di sentirsi ancora giovane per guidare i suoi. E poi c'e' l'apertura alla riforma della legge elettorale. I democratici non la prendono sul serio, ma una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini la vede in modo molto diverso: a suo giudizio la mossa di Bossi e' studiata per sottrarsi al ''pantano romano'', alla logica dei segretari che impongono i nomi dei parlamentari quando sceglierli spetterebbe ai cittadini. Insomma per accontentare la base. Tema scottante se si considera che Berlusconi si e' sempre dichiarato contrario a riscrivere il ''porcellum''. Per dare corpo al rilancio dell'asse del Nord, smussando le insoddisfazioni figlie della sconfitta elettorale, Berlusconi ha giocato la carta delle riforme. Innanzitutto, come previsto, quella del fisco: entro l'estate tre sole aliquote, piu' basse delle attuali, e cinque sole imposte per dare respiro alla ripresa. La riforma sara' contenuta nella legge delega e dovrebbe avere i suoi primi effetti tra un anno per dispiegarsi nel 2013. Poi modifica del patto di stabilita' interno (come chiesto dal Carroccio) per premiare i comuni virtuosi, riduzione dei parlamentari e Senato federale, nel quadro di una difesa assoluta dei conti pubblici: nessuna riforma in deficit perche' su questo c'e' assoluta concordia con Giulio Tremonti. Fin qui le sintonie. Berlusconi ha sorvolato invece sul trasferimento dei ministeri al Nord, dopo l'accordo notturno sulle ''sedi operative di rappresentanza'' che i dicasteri potranno aprire: la battaglia parallela alla Camera sugli ordini del giorno dell'opposizione, il ritiro di quello di maggioranza, le accuse incrociate e la non partecipazione dei leghisti al voto la dice lunga sull'insoddisfacente compromesso raggiunto in extremis nella maggioranza. Quanto alle missioni all'estero, dopo il monito di Napolitano ogni decisione e' stata rinviata al Consiglio supremo di difesa di luglio: ma l'impressione e' che anche qui i leghisti siano stati costretti a ingoiare il rospo perche' ci sono impegni internazionali che non si possono contraddire. Eppure quando Bossi dice che ''le guerre finiscono quando terminano i soldi'', da' l'impressione di non considerare chiusa la partita. Insomma la verifica rimanda all'autunno, quando si dovranno tirare le prime somme. Berlusconi e' stato attento a cogliere l'invito del Quirinale al dialogo e ad invitare l'opposizione a dare il suo contributo a un percorso che dovrebbe giungere a fine legislatura. In questo puo' farsi forte di una maggioranza che oggi per la prima volta e' giunta a quota 317 voti (sul decreto per lo sviluppo), nonostante la defezione dei liberaldemocratici. Ma le cose potrebbero cambiare ben presto: Antonio Di Pietro invita le altre forze del centrosinistra a ''lasciare Berlusconi al suo declino'' e a concentrarsi nella costruzione di un programma comune e condiviso. Se cio' dovesse accadere, per il centrodestra tutto cambierebbe. pierfrancesco.frere@ansa.it

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