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Il faraone perde l'ultima guerra

12 febbraio, 08:43

di Remigio Benni

IL CAIRO - E' il primo faraone della storia egiziana a lasciare il potere ancora in vita. Ci credano o no, gli egiziani sono riusciti, con 18 giorni consecutivi di proteste, oltre 300 morti e migliaia di feriti a mandare via il presidente Hosni Mubarak, 83 anni il 4 maggio prossimo, a pochi mesi dal compimento di 30 anni ininterrotti al comando. Fu nominato alla presidenza dopo la tragica morte di Anwar Sadat, accanto al quale era in piedi sulla tribuna per assistere alla celebrazioni dell'anniversario della "vittoria" del 6 ottobre 1973, quando un membro della Jamaa Islamiya, il tenente Khaled Al Islambouli, scese da un camion e cominciò a sparare col suo kalashnikov contro Sadat, uccidendolo. Vicepresidente dal 1975 (forse fu uno dei riconoscimenti per il suo prezioso contributo militare alla famosa guerra dello Yom Kippur contro Israele, del '73), pare proprio che l'allora poco più che cinquantenne Hosni Mubarak non si aspettasse affatto di assumere l'alto incarico di guidare il paese, e neppure che sarebbe successo così presto.

I suoi primi mesi al potere, infatti, furono molto cauti e l'unico dato certo fu l'emanazione della legge sullo stato di emergenza, che in questi ultimi tempi é stata uno dei fattori scatenanti della 'rivolta di piazza Tahrir', da alcune reti tv battezzata anche "the revolution". Altro dato certo della storia della presidenza di "papà Hosni" (proprio ieri aveva detto nel suo ultimo discorso, controverso e inatteso per i suoi contenuti, di parlare "da padre ai figli") riguarda i suoi contributi agli sforzi per il "processo di pace" israelo-palestinese, anche se all'interno della Lega Araba non poche erano state le riserve su un reale impegno dell'Egitto in questo senso. Ma anche la sua presa di distanza da Saddam Hussein ai tempi dell'invasione del Kuwait e della successiva operazione 'Desert Storm', che gli valse l'allontanamento del paese dalla Lega Araba per cinque anni.

Fu solo nel giugno 1996 che i 22 paesi aderenti all'organizzazione decisero di tornare a riunirsi al Cairo, in un vertice fortemente connotato da toni anti-israeliani e anti Netanyahu, per la prima volta nominato premier a Tel Aviv poche settimane prima. E la sua lotta tenace al terrorismo. Forse il faraone non meritava le scarpe che ieri sera si sono levate da piazza Tahrir contro di lui, massimo segno di disprezzo per il mondo arabo, non appena ha confermato con arroganza alla tv di rimanere ancora in sella, pur passando i poteri al fidato Omar Suleiman, che pochi giorni prima aveva nominato vicepresidente, superando un disagio per il quale non aveva mai voluto rispettare l'articolo della costituzione che prevedeva questo incarico. Voce popolare diceva che non l'aveva mai fatto per timore che quell'incarico potesse preludere alla sua disfatta. Ma a costargli cara è stata con molta probabilità, dicono osservatori indipendenti, proprio quella sua impuntatura per rimanere al comando, in stile ostinatamente militare, dopo che per tutta la giornata di ieri si erano susseguite voci e dichiarazioni di fonti che davano quasi per certe le sue dimissioni entro la serata. La giornata di oggi era cominciata nel segno di quella dichiarazione e nel timore che la grande manifestazione annunciata per questo venerdì potesse indurre una reazione energica dei soldati e dei carri armati schierati fino a ieri quasi esclusivamente a proteggere i manifestanti (denunce di atti di segno contrario sono giunte però da enti umanitari nei giorni scorsi), per fermare dimostranti che volevano raggiungere il palazzo presidenziale.

Il comunicato n. 2 del Consiglio Supremo delle Forze Armate diffuso stamani apriva indirettamente la porta a questi sviluppi e voci preoccupate si sono levate da piazza Tahrir e in tv per convincere il rais a lasciare, perché "sarebbe stato responsabile delle anime che sarebbero state perdute" se ci fossero stati scontri con l'esercito. Non si sa se siano state queste parole a convincere il faraone a salire alle 14 su un aereo che lo ha portato a Sharm el Sheikh, o se i vertici delle forze armate abbiano deciso di metterlo di fronte alla necessità di andar via, dato il numero incredibile di persone che continuava ad affluire a Tahrir e, secondo alcune fonti, non confermate dalle immagini tv, dagli 80 mila che stavano marciando verso il palazzo presidenziale e che i soldati mai sarebbero riusciti a fermare. La violenza non pareva trasparire dai volti dei manifestanti che si dirigevano a Heliopolis, dove il rais ha abitato con la moglie Suzanne e i figli Alaa e Gamal. Ma i timori c'erano. Nessuno saprà mai qual é stato il vero motore dello sviluppo improvviso che molti avevano programmato per ieri sera. E' certo, commenta una fonte diplomatica, che ora di apre una pagina molto delicata e tutta da seguire con attenzione. "Potrebbe essere il terzo 'periodo intermedio' - aggiunge l'ex ambasciatore italiano al Cairo Francesco Aloisi di Larderel - nella storia dell'Egitto. Speriamo proprio però che non sia portatore di sfortune come il primo e il secondo, che segnarono gli intervalli tra l'Antico e il Medio Regno e tra il Medio e il Nuovo".

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