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Natale: ebrei ultrà contro 'stolti simboli cristiani'

Campagna a Gerusalemme, critiche su stampa laica israeliana

19 dicembre, 19:43
L'albero in piazza San Pietro
L'albero in piazza San Pietro
Natale: ebrei ultrà contro 'stolti simboli cristiani'

di Alessandro Logroscino

GERUSALEMME - La guerra alla tolleranza è stata dichiarata a colpi di poster e volantini e il messaggio non si presta a equivoci o sfumature: no agli alberi di Natale e agli altri "stolti simboli cristiani" a Gerusalemme. Altro che città della pace, delle tre grandi confessioni monoteistiche (e delle vitali entrate garantite dal turismo di milioni di pellegrini): per la "Lobby dei Valori Ebraici", una organizzazione di sedicenti custodi dell'ortodossia israelita benedetta da rabbini oltranzisti, il Natale cristiano e i suoi simboli - autenticamente religiosi o commerciali che siano - sono pura eresia. Da combattere, boicottare, far sparire.

La campagna - accolta dall'irridente polemica di un giornale liberal come Haaretz, ma anche dal silenzio imbarazzato delle autorità - è stata lanciata a poco più di una settimana dalla Natività: nel pieno di una delle stagioni di flusso più intenso di pellegrini in Terra Santa. Armati di volantini e di zelo, i promotori hanno cominciato a battere le strade della città, dentro e fuori le mura della fortezza di Davide, per condannare ogni forma di contaminazione con le festività dei 'gentili' (i non ebrei) e ingiungere ai fratelli di fede di boicottare qualsivoglia ristorante, albergo o locale pubblico disposto a ospitarne i simboli: foss'anche solo per attirare con un tocco di cortesia un po' di clientela di passaggio. "Il popolo di Israele - si legge in uno dei proclami - ha dato l'anima per conservare i valori della Torah e dell'identità ebraica. Tu devi continuare a seguire questo cammino... senza cedere all'atmosfera clownesca della fine dell'anno civile. E certamente non devi aiutare gli affaristi che vendono o innalzano gli stolti simboli cristiani".

Un'intimazione in piena regola che, per marginale che possa essere, rischia di assestare un brutto colpo alle campagne di immagine promosse dal governo israeliano negli ultimi mesi per attrarre i turisti - in larga parte cristiani - e manifestare spirito di accoglienza. Il Grande Rabbinato di Gerusalemme ha preferito da parte sua tenere un basso profilo e non ha dato risposta - positiva o negativa - all'appello del presidente della lobby, tale Ofer Cohen, per una pubblica scomunica e la revoca del certificato di adesione alle regole kosher (i precetti dell'Ebraismo osservante) nei confronti di tutti gli hotel o i ristoranti accreditati cui fosse saltato in mente di tirar su un alberello o accendere una luminaria. Con i puristi del 'no Christmas' sono del resto schierati apertamente alcuni influenti rabbini ortodossi o nazional-religiosi, come pure esponenti della destra politica confessionale, ben presente nell'attuale coalizione di governo. Sul fronte opposto, invece, a farsi sentire in questi giorni è solo la voce autorevole, ma di nicchia, di Haaretz. Che presenta la vicenda come un ulteriore segnale di minaccia alla natura democratica e non confessionale dello Stato d'Israele. Ma ironizza anche sull'incapacità dei paladini anti-natalizi di distinguere fra le immagini realmente cristiane e i simboli neutri, quando non paganeggianti, ispirati molto spesso alle celebrazioni consumistiche "dell'Occidente secolarizzato" (dall'abete nordico al Santa Klaus della Coca Cola). E soprattutto si chiede se Ofer Cohen e soci ce l'abbiano più con gli arabi di Gerusalemme est (tra i quali i cristiani rimasti non sono ormai più di 20.000) o con i pellegrini. Per concludere sarcasticamente che in questa seconda ipotesi "il denaro cristiano, non più benvenuto a Gerusalemme", potrebbe prendere la via della sola Betlemme (Cisgiordania palestinese): "Dove sarebbe senz'altro accolto a braccia aperte".

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