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Regioni, con tagli rischio sanita'e scuola

12 ottobre, 12:57
Il Presidente della Repubblica Napolitano a colloquio con i rappresentanti della Conferenza delle Regioni, il Presidente della Provincia di Trento Dellai, il Presidente dell'Umbria Marini e il Presidente della Conferenza e della Emilia-Romagna Errani
Il Presidente della Repubblica Napolitano a colloquio con i rappresentanti della Conferenza delle Regioni, il Presidente della Provincia di Trento Dellai, il Presidente dell'Umbria Marini e il Presidente della Conferenza e della Emilia-Romagna Errani
Regioni, con tagli rischio sanita'e scuola

di Valentina Roncati

I governatori tremano di fronte ai nuovi temutissimi tagli che si stanno per abbattere sulle Regioni e che andranno a colpire in modo particolare sanità, scuola e servizi sociali. "Abbiamo una fortissima preoccupazione - ha detto oggi, senza mezzi termini, il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani -: su Regioni ed Enti locali insistono manovre che compromettono la possibilità di erogare servizi. Questo compromette, nei fatti, la possibilità di erogare servizi in particolare nella scuola in sanità e nei servizi sociali in un momento di grave crisi economica. Chiediamo al Governo di verificare la possibilità di erogare questi servizi". Per il 2013 il contributo chiesto a Regioni Province e Comuni è destinato a salire di 2,2 miliardi e lo stesso accadrà nel 2014 e nel 2015. E pagare il conto più salato saranno proprio le Regioni: solo per la sanità e solo per il 2013 ai già previsti 1,8 miliardi di tagli dovuti alla spending review sta per aggiungersi un altro miliardo. Per il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando "se il Governo usa il clima contro le Regioni per fare del male ai cittadini fa una mossa veramente ingiusta: un grande Paese non si governa così". Gli ulteriori tagli alla sanità - con le ultime manovre sono 5,3 miliardi, perché l'ultimo miliardo si aggiunge ai 4,3 precedenti - e la riforma del Titolo V, "fatta senza ascoltare la controparte", non piacciono affatto ai governatori. "L'unica via d'uscita è il federalismo, se si torna al centralismo andiamo nel burrone", mette in guardia il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota.

"Ma oggi proprio il federalismo - aggiunge - viene sottoposto ad un attacco assurdo". Quanto ai tagli, il governatore sottolinea: "si ripercuotono sui cittadini. Bisogna allora avere il coraggio di dire che lo Stato non vuole riconoscere il servizio sanitario e vuole cambiarlo". I governatori criticano aspramente anche la riforma del Titolo V della Costituzione che riporterebbe sotto la competenza dello Stato una serie di materie, mentre altre diventerebbero 'concorrenti'ovvero gestite da Stato e Regioni insieme. Per Vito De Filippo, governatore della Regione Basilicata, "dopo la stagione del federalismo a tutti i costi e contro ogni ragionevolezza, questo ultimo disegno di legge del governo sembra figlio di una repentina conversione emozionale alla cieca osservanza di un centralismo che va dal turismo ai trasporti dalle comunicazioni, appunto all'energia". "Se le Regioni non servono, e io non lo credo, si abbia il coraggio di chiuderle. Basta con le sceneggiate e con i provvedimenti che limitano i poteri", gli fa eco il presidente del Veneto, Luca Zaia. Più possibilista il presidente della Campania, Stefano Caldoro. "Sono convinto - dice - che alcune materie concorrenti vadano definite meglio. E'necessario stabilire cosa compete allo Stato e cosa alle Regioni. Credo sia una discussione utilissima ma va fatta insieme. E' una questione di metodo, propedeutica a soluzioni migliori". Errani sottolinea come sia "un errore l'intervento unilaterale del Governo" sulla modifica del Titolo V. E, a nome anche dei colleghi, chiede al Governo "un urgente confronto sull'assetto istituzionale che si va profilando". Il ministro per gli Affari Regionali, Piero Gnudi, tenta di smorzare le polemiche. "Non è affatto vero che c'é un ritorno al centralismo dello Stato". Piuttosto, spiega, è necessario che "il nostro Paese possa investire con tranquillità". "Abbiamo visto - conclude Gnudi - che con la modifica del 2001 si è avuta una proliferazione di centri decisionali tale che per fare qualsiasi investimento ci volevano anni, e diventava quindi impossibile farli". Di qui la 'correzione di rotta' che il governo tenta ora di approntare.

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