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Ue, sì aumento 150 mld fondi a Fmi Gran Bretagna, vip contro Cameron

Lo fa sapere il presidente dell'Eurgruppo Jean-Claude Juncker

21 dicembre, 00:32
Jean-Claude Juncker
Jean-Claude Juncker
Ue, sì aumento 150 mld fondi a Fmi Gran Bretagna, vip contro Cameron

VIP BUSINESS A CAMERON: RICUCI O DISOCCUPAZIONE - Ricuci con la Ue o si rischia la disoccupazione nera: il 'gotha' del business britannico ha scritto una lettera aperta al primo ministro David Cameron alzando lo spettro di tre milioni di britannici in mezzo alla strada se il Regno Unito non resterà al cuore dell'Europa. Venti uomini d'affari, da Richard Branson di Virgin a Sir Mike Rake di British Telecom, hanno chiesto, in una lettera al Daily Telegraph, a Cameron di cogliere ogni opportunità per "coinvolgersi di nuiovo nel processo decisionale" dell'Unione Europea. "Il governo stima che tre milioni di posto di lavoro in Gran Bretagna sono legati alle esportazioni verso i partner europei. Le istituzioni europee, dalla commissione alla Corte di Giustizia, esistono principalmente per salvaguardare il terreno di gioco del mercato unico", scrivono i venti secondo cui "proteggere il mercato unico deve essere il fondamento dl nostro ritorno all'impegno con l'Europa". Ieri, dieci giorni dopo il veto a Bruxelles sul nuovo patto fiscal europeo, la Gran Bretagna ha alzato nuovamente le tensioni oltre la Manica respingendo la richiesta del Fondo Monetario Internazionale di un contributo da 30 miliardi di euro a sostegno della Eurozona.

CRISI: UE, 150 MLD A FMI, MA LONDRA DICE 'NO' - Alla zona Euro servivano 200 miliardi di euro per aumentare le risorse del Fondo monetario internazionale e indirettamente aiutare i Paesi dell'Euro in difficoltà. Ne ha trovati 150 di cui Italia ne metterà 23,48, mentre la Gran Bretagna si è di nuovo chiamata fuori dal gioco.

La riunione telefonica dei ministri dell'Economia dell'Eurogruppo, poi allargata a tutti i 27, è riuscita a strappare promesse per 150 miliardi di euro a 13 Paesi di Eurolandia (fuori l'Estonia e quelli sotto programma ovvero Irlanda, Portogallo e Grecia) ma non ha potuto assicurare il contributo di Londra, refrattaria da sempre a qualunque mezzo, anche indiretto, per aiutare i suoi vicini della moneta unica. L'Italia sarà il terzo maggiore contribuente mettendo a disposizione il 15,66% dei 150 miliardi totali, dopo la Germania che metterà 41,5 miliardi (27,67% del totale) e Parigi con 31,4 (20,94% del totale). Quarto contribuente la Spagna con 14,86 miliardi di euro, davanti all'Olanda con 13,61 miliardi. Il Belgio è sesto con 9,99 miliardi. Ma non saranno i soli: anche la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Polonia e la Svezia hanno indicato la loro volontà di partecipare al rafforzamento del Fmi, ma per alcuni, come per la Svezia, è necessario sottoporre la questione ai Parlamenti nazionali prima di poter prendere una posizione. In ogni caso, secondo il presidente dell'Eurogruppo Jean Claude Juncker, sono i Paesi dell'Euro a dover dimostrare "una particolare responsabilità in questa circostanza". Se non l'obiettivo di raggiungere 200 miliardi di euro, l'Europa ha almeno rispettato la scadenza che si era data: il 9 dicembre, i leader dei 27 avevano annunciato che avrebbero trovato i fondi per rafforzare l'Fmi entro dieci giorni. E oggi é arrivata la conferma, a riprova della volontà di fare in fretta che l'Eurozona vuole dimostrare, per rassicurare i mercati, i partner internazionali e cercare di riportare le borse in territorio positivo. Ma come già il 9 dicembre, la volontà dell'Europa si scontra con quella della Gran Bretagna. Il cancelliere dello scacchiere George Osborne, durante la teleconferenza con i suoi colleghi, ha detto un nuovo 'no': Londra, a cui l'Europa aveva chiesto 30 miliardi di euro, non è disposta ad aumentare il suo contributo al Fmi e ha rimandato qualunque decisione al prossimo G20, dimostrando ancora una volta di sentirsi più vicina ai partner oltreoceano che a quelli oltremanica. Prima di versare altri soldi al Fondo, la Gran Bretagna vuole che prima di tutto che l'Eurozona rafforzi il fondo salva-Stati Efsf. L'aumento delle quote del Fmi è il 'trucco' che l'Europa ha trovato per cercare di costruire un 'firewall' credibile, ovvero un'arma sufficientemente potente da contrastare un eventuale fallimento di un Paese più grande della Grecia. Quello che chiedono i mercati, secondo gli analisti, è proprio 'cash' pronto a sostenere i Paesi in difficoltà. Non austerità, non complicate riforme dei Trattati per aumentare il rigore e la disciplina di bilancio. Per rassicurare gli investitori, occorre dimostrare loro che anche se un Paese dovesse crollare sotto il suo debito, c'é qualcuno pronto a garantire per lui. Per il presidente della Bce Mario Draghi, come ha ricordato anche oggi, quel 'firewall' dovrebbe essere il fondo salva-Stati Efsf e poi l'Esm, cioé la sua versione permanente che è stata anticipata a metà 2012 invece di entrare in vigore nel 2013. Ma tutte le decisioni per rafforzare il fondo non hanno mai convinto abbastanza i mercati, per cui l'Europa ha volto lo sguardo al Fmi, guardiano sufficientemente rassicurante, dotato ora di 150 miliardi in più, ovvero il 20% in più della precedente quota di partecipazione di Eurolandia.

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