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Giovanni Circhetta: qualcuno aprì l'R4 prima del nostro intervento

29 giugno, 14:58
Giovanni Circhetta
Giovanni Circhetta
Giovanni Circhetta: qualcuno aprì l'R4 prima del nostro intervento

A Poggiardo (Le), incontriamo Giovanni Circhetta, il Maresciallo Capo che era il superiore diretto di Vito Raso, che conferma la versione del “suo” Sergente Maggiore ed aggiunge due particolari molto importanti: qualcuno aprì quell’auto prima del loro intervento e in macchina c’erano due lettere delle quali non ha mai trovato alcun riferimento nei verbali di sequestro…

Maresciallo Circhetta, cosa ricorda di quella mattina? Avevo lasciato l’ufficio molto presto per un intervento a Nettuno. Rientrato in ufficio seppi che il Sergente Maggiore Raso era stato portato in centro per un intervento. Dopo pochi minuti ricevemmo una telefonata in cui ci venne chiesto di raggiungere Raso che aveva trovato su una R4 il cadavere di Moro. Io ero il Capo Nucleo e pensai che Raso chiese il mio aiuto perché non se la sentiva di procedere da solo.

Quindi lei si precipitò sul posto? Come prima cosa chiamai il Col. Masciarelli per informarlo dell’importante novità chiedendogli di rientrare in ufficio per seguire le operazioni a distanza.

Ricorda che ora poteva essere? Erano le 11.00 del mattino, l’orario lo ricordo con certezza. Minuto più minuto meno. Portai con me l’altro Sergente, Andrea Casertano, in modo da avere qualche braccia in più che, in simili situazioni, si sarebbe rivelata sicuramente utile.

Quando arrivaste in via Caetani c’era già molta gente? Per niente. Oltre a raso c’erano alcuni poliziotti in borghese, un commissario che aveva uno spiccato accento sardo ed un alto ufficiale dei Carabinieri che mi pare fosse il Col. Antonio Cornacchia. C’era anche qualche curioso, ma non saprei dire se fossero semplici passanti o agenti dell’antiterrorismo che osservavano la scena da lontano. La zona era stata parzialmente delimitata.

Le operazioni, a quel punto, erano in mano sua, immagino. Certo. Feci una prima analisi della situazioni e decisi che il rischio minore era quello di agire dal portellone posteriore. L’operazione, però, non fu molto rapida perché prima di far intervenire i due colleghi, fui costretto a parlare con i membri delle Forze dell’Ordine per convincerli ad allontanarsi. Nel loro interesse. Finalmente Raso e Casertano si misero all’opera e riuscirono a tagliare il portellone con la cesoia.

E poco dopo fu aperto. Non subito. Prima di agire sulla serratura, attraverso il varco, introdussi il mio capo per osservare l’interno della macchina per capire se sul retro ci fossero dei fili che facessero sospettare un congegno di innesco. Ma non notai nulla, se non una coperta con qualcosa sotto che però non rimossi per evitare che fosse collegata ad ordigni a strappo. Sapevo che sotto c’era il cadavere dell’On. Moro, ma in quel momento avevo il dovere di interessarmi della sicurezza…

Aperto il portellone, cosa fa? Ero piccoletto di statura e piuttosto agile e quindi mi puntellai sul bordo del bagagliaio per sporgermi verso l’interno della macchina ed avere la certezza che non ci fossero altri scherzetti. In quei casi si deve fare attenzione alle guarnizioni lungo gli sportelli. Ma non c’era nulla. Sui sedili posteriori c’erano degli oggetti (catene, triangolo) che credo siano stati spostati dal bagagliaio per far posto. Il sedile posteriore era sganciato e leggermente reclinato verso l’interno della vettura. Questo non era casuale in quanto quando Moro fu fatto salire, per evitare che chiudendo il portellone questo sbattesse contro il suo corpo, la testa sfruttava quell’ulteriore spazio facendo allontanare dal portellone il resto del corpo.

Ha notato bossoli, o altri particolari di interesse? A dir la verità si. Ho scorto delle carte sul sedile anteriore. Sembravano proprio delle lettere. E mi sono incuriosito in quanto in quei giorni si era parlato delle famose lettere di Moro.

Lettere? Non mi sembra una novità da poco. Può descrivercele meglio? Si vedeva, distintamente, una busta da lettera chiusa il cui contenuto era poco spesso, lasciava intendere fossero pochi fogli piegati similmente a come si fa per spedire una lettera. Non vi erano segni distintivi, né scritte. Non saprei dire se le buste fossero una o due. Ma di sicuro sopra c’era poggiato un foglietto che ad un’osservazione più accurata si rivelò essere un assegno bancario. Ovviamente non le toccai (come previsto dalle procedure) ma mi sono sempre chiesto cosa contenessero. Ma è una domanda a cui non ho mai potuto dare risposta in quanto di quelle buste, che io sappia, non si è mai saputo nulla.

Quindi lei non ha avuto modo di vedere da vicino il cadavere dell’On. Moro? Si, certo. Dopo aver ispezionato l’interno della macchina scesi dal pianale e mi occupai della coperta. La sollevai con molta cautela e scoprii il cadavere che riconobbi subito dalla frezza bianca (e anche perché appena arrivato, Raso mi aveva raccontato del suo intervento). Vidi il sangue e i fori dei proiettili. Infilai le mani sotto il corpo di Moro per verificare che non ci fossero ordigni a pressione e mi accorsi di alcuni bossoli che erano proprio sul piano del bagagliaio. Alle mie spalle sentivo le voci di due uomini delle Forze dell’Ordine, uno della Polizia e uno dei Carabinieri che discutevano animatamente su chi dovesse incaricarsi di portar via il corpo. Appena mi allontanai dal bagagliaio per dare la possibilità ai presenti di verificare il contenuto dell’auto ormai messa in sicurezza fui allontanato dal retro dell’auto con un forte risucchio causato dagli uomini dei due funzionari che si stavano spingendo a ridosso del bagagliaio (si vede nelle immagini). Proprio in quel momento, poiché dovetti alzare la testa, mi accorsi che sull’impalcatura accanto alla R4 c’era un fotografo che stava scattando molte foto. E pensai a come fosse potuto arrivare fin lassù. Credo si trattasse di qualcuno della scientifica… Si. Questo lo seppi dopo. Fatto sta che il portellone fu richiuso e fu chiamata un’ambulanza. E mi stupì vedere che alla fine, tra i due litiganti, il terzo gode. Perché furono i Vigili del Fuoco a trasportare Moro all’obitorio.

Terminato il vostro intervento rientraste in ufficio. Fu fatto un verbale? Dopo lo spostamento del cadavere tornammo in sede dove c’era il Col. Masciarelli al quale, ovviamente, raccontammo della mattinata. Poiché il capo nucleo ero io, scrissi la relazione di servizio nella quale non specificai nessun orario in quanto si trattava di un dato di pubblico dominio. Ricordo bene le parole che utilizzai: “Sono intervenuto in via Caetani per un’operazione antisabotaggio su una macchina Renault 4. I due ragazzi Raso e Casertano hanno lavorato a tagliare il portellone posteriore. Una volta ispezionata la macchina nei minimi particolari ho trovato dentro il bagagliaio l’Onorevole Moro, morto. Firmato: maresciallo Circhetta”.

Il primo del vostro nucleo a giungere sul posto fu Vito Raso, che trovò sul posto un commissario di Polizia. Possiamo sospettare che qualcuno prima di voi artificieri aprì la macchina? E’ un sospetto fondato. Le BR dopo aver abbandonato l’auto, hanno sicuramente avvisato qualcuno che a sua volta ha informato la polizia. Di conseguenza un commissario di zona si sarà recato sul posto per verificare la fondatezza della notizia. Solo dopo averne la certezza, come era nelle procedure, hanno chiamato noi artificieri.

Quindi non ci fu nessuna telefonata anonima che parlava di un’auto-bomba? No, di questo ne sono sicuro. Perché se così fosse stato in ufficio ne avremmo avuto notizia.

Un funzionario ci ha parlato di “uomo dello spadino” Si, possibilissimo. Ma lo spadino, trattandosi pur sempre di operazione di scasso, lascia traccia nella serratura. Se la R4 è ancora disponibile basterebbe un pennellino per fare una verifica…

In alcune foto si vede la R4 senza gente intorno e con gli sportelli aperti. Sono scatti effettuati in sua presenza, cioè dopo le 11.30? No. Di questo ne sono sicuro al 100% perché quando arrivai sul posto non ci fu alcun via vai di persone che entravano ed uscivano dall’auto utilizzando lo sportello posteriore aperto. Se così fosse stato, non ci avrei avuto alcun motivo di perdere un’altra ora e mezza di tempo per creare un varco nella lamiera del portellone con l’obiettivo di verificare se sotto il cadavere potesse esserci una carica esplosiva. Avrei comodamente effettuato la verifica dal sedile posteriore, abbassando lo schienale ed infilando le mani sotto il corpo.

Nessun magistrato l’ha mai convocata? No, anche se me lo aspettavo. E per tanti anni ho creduto che qualcuno mi chiamasse. Poi col passare del tempo mi sono rassegnato. La cosa che mi sembra strana è che i magistrati mi chiamavano spesso, addirittura per sentirmi dopo un sequestro di fuochi artificiali.

E’ un ricordo che si porta dentro? Si, anche perché ebbi modo di avere una gratifica professionale. Il funzionario che parlava sardo, che poi seppi essere il commissario Corrias, aveva apprezzato il nostro intervento e aveva telefonato nei giorni successivi al Col. Seccia, nostro superiore, di congratulazioni per il lavoro svolto con precisione e professionalità, in una situazione così difficile.

E la sua storia non l’ha mai raccontata? Ho accennato qualcosa al mio amico Giovanni D’Aco, fotografo de “Il Messaggero”. Lui mi seguiva sempre. Quando sapeva che ero partito per un intervento, mi raggiungeva. Lei si chiederà come mai non l’abbia raccontata anche ad altri. Semplicemente perché nessuno me l’ha mai chiesto.

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