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Una strage senza colpevoli

Assolti i cinque imputati. Otto morti e cento feriti nella strage del 28 maggio 1974 a Brescia

17 novembre, 15:01
La strage del 28 maggio del 1974
La strage del 28 maggio del 1974
Una strage senza colpevoli

di Stefano Rottigni
Ai famigliari delle otto vittime e degli oltre cento feriti della strage di Piazza della Loggia a Brescia e ai pm che hanno condotto l'inchiesta rimane quell'esile appiglio di un comma, il secondo dell'articolo 530 del Codice di procedura penale, che parla di "mancanza o insufficienza o contraddittorietà" della prova. Per il resto, i giudici della Corte d'assise di Brescia, hanno dimostrato di dissentire radicalmente dalla Procura che, per i cinque imputati nel processo per l'eccidio del 28 maggio '74, aveva chiesto quattro ergastoli e una sola assoluzione quella per l'ex segretario dell'Msi Pino Rauti. I giudici presieduti da Enrico Fischetti, dopo una settimana esatta di camera di consiglio, 167 udienze dibattimentali , un'inchiesta cominciata oltre sedici anni fa, hanno assolto "per non aver commesso il fatto" l'ex ispettore per il Triveneto di Ordine nuovo, il medico veneziano Carlo Maria Maggi, l'ex ordinovista Delfo Zorzi, che ora vive in Giappone, dove ha avviato una lucrosa attività di commercio d'abbigliamento, l'ex collaboratore del Sid (ex servizio segreto militare) Maurizio Tramonte che aveva raccontato ampiamente delle riunioni in cui si sarebbe ideata e organizzata la strage di Brescia - salvo poi clamorosamente ritrattare in aula - e l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, all'epoca della strage a capo del Nucleo operativo dei carabinieri di Brescia e che indirizzò le indagini su un gruppo di balordi e neofascisti, poi assolti in via definitiva. Per Tramonte è stato anche dichiarato il non doversi procedere per il reato di calunnia ai danni di un funzionario di polizia che aveva chiamato in causa nelle indagini. Il procuratore aggiunto Roberto Di Martino e il pm Francesco Piantoni, che hanno sostenuto l'accusa, non nascondono la loro delusione nell'ufficio al quarto piano del procuratore capo, Nicola Maria Pace che testimonia "l'impegno e la dedizione assoluta" dei suoi uomini in questi lunghi e complicati anni. "Il problema non concerne il nostro impegno - spiega Di Martino -, ma il materiale che c'era. Il problema non è con la nostra coscienza, ma con i famigliari delle vittime". I pm bresciani attendono il deposito delle motivazioni per valutare il ricorso in appello che, però, in molti danno per scontato.

E un pensiero ai famigliari e alle vittime "che neanche questa volta hanno avuto la verità", è rivolto da ben altra prospettiva dal difensore di Delfo Zorzi, Antonio Franchini che, però, parla di "prove carenti" e, soprattutto di "prova principale inattendibile e infida". Si tratta delle dichiarazioni di Carlo Digilio, ex armiere di Ordine nuovo, morto cinque anni fa, non prima di aver aperto uno squarcio nel mondo dell'eversione di destra di quegli anni. Franchini si aspettava un'assoluzione, perché Digilio "era già stato dichiarato inattendibile da quattro Corti". Il riferimento è ai processi milanesi sulle stragi di Piazza Fontana e della Questura che videro l'ex neofascista deporre e che si sono conclusi con l'assoluzione in Cassazione, dopo gli ergastoli in primo grado. Cerca di dare un contributo di chiarezza alla vicenda di Maurizio Tramonte, tra i servizi meglio noto come 'Fonte Tritone', l'ex giudice istruttore di Milano Guido Salvini che ricorda come il suo nome in codice spuntò in un accesso da lui eseguito nella sede del Sismi di Padova nel '91, nell'ambito della più vasta inchiesta sull'eversione di destra. Su un foglietto c'era annotato anche il suo vero nome: Maurizio Tramonte.

Nella sede dell'ex servizio militare anche "informazioni dettagliatissime" sulla "riunione preparatoria per la strage di Brescia cui aveva partecipato personalmente con i capi ordinovisti". Informazioni passate allora al giudice istruttore Gianpaolo Zorzi e confermate da Tramonte anche nell'ultima inchiesta sull'eccidio bresciano, salvo poi fare un clamoroso dietro-front in aula. Dalle motivazioni, spiega il giudice Salvini, si capirà se, come accaduto per Piazza Fontana e la Questura di Milano risulta "certa la paternità di Ordine nuovo" degli attentati, "ma non del tutto certa, anche per il tempo trascorso, la responsabilità dei singoli". Qualche avvocato di parte civile é più sbrigativo e spiega che "in questo processo non si è raggiunta la prova perché qualcuno ha provveduto a farla sparire", e il riferimento è ai depistaggi che si sono protratti nei decenni. Zorzi fa sapere, da parte sua, di non aver mai perso "la fiducia nella giustizia con la G maiuscola" e parla di "tesi del pm abbarbicate irrazionalmente alle tabulazioni del solito pentito dichiarato inattendibile da molti giudici". Carlo Maria Maggi gli fa eco: "Sto passando un bellissimo momento, spero sia la fine di tutto".

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