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Dell'Utri: Mangano e' stato il mio eroe

'Un contentino alla Procura' dice il senatore

29 giugno, 21:32
Gli avvocati difensori del senatore Marcello Dell'Utri
Gli avvocati difensori del senatore Marcello Dell'Utri
Dell'Utri: Mangano e' stato il mio eroe
PALERMO - Una sentenza che - almeno a parole - non soddisfa nessuno o che, forse proprio per questo motivo, accontenta un po' tutti. La condanna a sette anni di reclusione nei confronti di Marcello Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa, si presta ad analisi diverse e perfino contraddittorie. Ma su un dato accusa e difesa sono concordi: la condanna della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo potrebbe essere ''cancellata'' dalla prescrizione. Delle accuse contestate al senatore del Pdl, sono infatti cadute quelle che lo vedevano come presunto mediatore nella trattativa tra Stato e Cosa nostra nel periodo delle stragi, garante di un ''patto'' politico-mafioso che avrebbe portato alla nascita di Forza Italia. I giudici del collegio presieduto da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare) hanno infatti scavato un solco tra i fatti antecedenti e posteriori al 1992. Tutte le dichiarazioni di pentiti, testimonianze e documenti che parlano dei rapporti tra il senatore Dell'Utri e la mafia dopo l'anno delle stragi palermitane sono stati ''cassati'' perche' ''il fatto non sussiste''. Archiviate, ma bisognera' vedere in che modo leggendo le motivazioni, le accuse del pentito Gaspare Spatuzza, che aveva sconvolto la routine processuale parlando di un incontro con il boss mafioso Giuseppe Graviano avvenuto nel gennaio del 1994 in un bar di Roma: ''Graviano - ha raccontato Spatuzza - era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei 'quattro crasti' dei socialisti. La persona dalla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri''. Dichiarazioni che la Corte non ha ritenuto convincenti. Assoluzione piena, quindi. Ma solo per le ''condotte successive al 1992''. Per il resto, i giudici hanno confermato sentenza e impianto accusatorio del primo grado, riducendo solo di due anni la pena che il tribunale aveva calcolato in nove anni, mentre il pg ne aveva chiesti undici. Sulla sentenza incombe tuttavia il ''rischio'' prescrizione. I calcoli, piuttosto complessi, li faranno gli avvocati di Dell'Utri (Giuseppe Di Peri, Pietro Federico, Nino Mormino, Alessandro Sammarco) ma solo davanti alla Cassazione che potrebbe rimettere tutto in gioco. I fatti contestati al senatore partono dagli anni Settanta e, almeno in parte, potrebbero essere prescritti anche se il collegio giudicante non ha applicato la norma d'ufficio, come invece era avvenuto per Giulio Andreotti. Una decisione travagliata quella della Corte, che ha impegnato i giudici per 117 ore di camera di consiglio, dopo un vortice di polemiche: prima quelle seguite alla mancata audizione di Massimo Ciancimino (anche lui ha parlato della trattativa e del ruolo di Dell'Utri come intermediario) il cui racconto e' stato bollato per due volte come ''contraddittorio'' e di seconda o terza mano, poi quelle scoppiate in seguito ad alcuni articoli di stampa. Per la prima volta nella storia giudiziaria la Corte aveva letto un comunicato in aula per replicare, dicendosi ''indifferente alle pressioni mediatiche''. Alla fine pero' i giudici non hanno accontentato nessuno. Deluso il pg Nino Gatto che si dice ''stupito''. ''In pratica - osserva - le cose dette da Spatuzza e l'intero impianto accusatorio che verteva su questo punto non e' stato preso nella giusta considerazione. Vedremo le motivazioni''. Delusi anche gli avvocati che speravano in un'assoluzione totale, ma che incassano con soddisfazione la ''pietra tombale'', cosi' la definisce Mormino, ''che la Corte ha messo sul ruolo di Dell'Utri nella trattativa''. C'e' chi parla di una sentenza ''cerchiobottista'', mentre Dell'Utri, in una conferenza stampa convocata dopo la decisione, preferisce definirla ''pilatesca''. ''Hanno dato un contentino alla procura palermitana - spiega - e una grossa soddisfazione all'imputato, perche' hanno escluso tutto cio' che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi''. Non puo' mancare un accenno a Vittorio
Mangano, lo ''stalliere'' di Arcore, stavolta paragonato a uno dei fratelli Karamazov, Andrej: ''furfante ma eroe'', ribadisce ancora una volta il senatore del Pdl suscitando nuovamente un vespaio di polemiche. A questo punto resta la Cassazione. ''Credo - dice l'imputato - che almeno un giudice fuori da Palermo si trovera'''. Intanto, con l'ironia che lo contraddistingue, Dell'Utri si occupera', come ha annunciato, di ''fare le condoglianze'' al procuratore Gatto che pero' e' gia' pronto a una nuova sfida: ''sono sempre possibili nuove indagini'', puntualizza sibillino dopo la pronuncia della Corte. Chi di calcio si intende, come il senatore, sa che la partita e' ancora aperta.
 
 
PDL: SMONTATO TEOREMA; OPPOSIZIONE ATTACCA
(di Alberto Mario Pagano)
 
ROMA - Le forze politiche interpretano in maniera opposta la sentenza della Corte d'appello palermitana che ha ridotto la pena inflitta a Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Il centrodestra, nonostante i sette anni inflitti al senatore, e' soddisfatto : perche' la sentenza, sottolineano i suoi esponenti, tracciando una linea netta fra prima e dopo il 1992, smonta il ''teorema'' secondo il quale Forza Italia sarebbe nata assecondando la mafia. Le opposizioni, Idv in prima linea, sostengono invece che la Corte ha ribadito che Marcello dell'Utri, il piu' importante collaboratore di Berlusconi in Sicilia, ha avuto rapporti rilevanti con Cosa nostra. Molti del Pdl confidano nella Cassazione e esprimono solidarieta' al senatore. Anche Umberto Bossi si schiera dalla parte di Dell'Utri: ''Un conto e' provare che uno e' mafioso; l'appoggio esterno non dimostra niente, non dimostra che uno e' mafioso''. Ma dal coro manca la voce dei finiani: ''Non e' proprio il caso di festeggiare'', dice Fabio Granata, stretto collaboratore del presidente della Camera Il Pdl, nella sua maggioranza, e' comunque soddisfatto. I giudici non sono riusciti ''a piegare la storia'' alle ''tesi politiche che sosteneva l'accusa'', dice Osvaldo Napoli, quindi ''il risultato clamoroso'' di oggi e' politico: Forza Italia e il suo leader ''sono nati per volonta' degli italiani che li hanno votati''. La Corte d'appello, dice il coordinatore Pdl Denis Verdini, ha compiuto un ''primo, decisivo passo per mettere fine a 16 anni di vergognose teorie complottiste'', portate avanti da ''alcuni pm, con il contributo di pseudo-pentiti'' e con l'appoggio di ''un preciso gruppo editoriale''. Non la pensa cosi' il Pd: ''La vicenda delle stragi del '92 e '93 rimane aperta - dice Giuseppe Lumia, membro dell'Antimafia - non solo per il giudizio penale, ma per le istituzioni perche' si faccia piena luce e si accertino tutte le responsabilità, comprese quelle politiche''.Ma la posizione piu' dura e' quella del partito di Di Pietro, secondo il quale la ''condanna politica'' c'e' tutta e ''riguarda - sottolinea l'ex pm - il partito di Berlusconi, Forza Italia, nato in virtu' di un rapporto non occasionale tra uno dei suoi fondatori, Marcello dell'Utri, e la mafia''. Rapporto per cui, secondo Leoluca Orlando (portavoce Idv) il co-fondatore di Fi ''ora che e' condannato deve andare in carcere''. Una seconda polemica, che vede una convergenza tra opposizioni e 'finiani' nasce dal giudizio di dell'Utri su Vittorio
Mangano, lo stalliere di Arcore condannato per mafia e morto in carcere (''Mangano era il mio eroe: in carcere, ammalato, piu' volte e' stato invitato a parlare di me e Berlusconi, e si e' rifiutato di farlo''). Per Veltroni si tratta di parole ''di intollerabile gravita'''. L'Italia dei Valori sottolinea, ancora con Orlando, che si tratta di affermazioni vicine alla cultura delle cosche, che ''considerano eroe il mafioso che non denuncia i propri complici e accetta il carcere senza coinvolgere gli amici. Irritati anche i 'finiani': ''L'unica valutazione politica che va fatta - dice Fabio Granata - e' che Mangano non e' stato un eroe, ma un mafioso condannato''
 
BOSSI, NON DIMOSTRATO CHE E' MAFIOSO - ''Un conto e' provare che uno e' mafioso; l'appoggio esterno non dimostra niente; non dimostra che uno e' mafioso''. Cosi' il ministro Umberto Bossi ha commentato la sentenza di condanna di Marcello Dell'Utri.

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