Bimba 22 mesi morta: Corte d'Appello, e' stato compagno madre
TORINO - E' stato Antonio Cangialosi a uccidere la piccola Matilda il 2 luglio 2005 a Roasio (Vercelli), e non la madre della bimba, commettendo un ''delitto insensato e feroce''. Lo scrivono i giudici della Corte d'assise d'appello di Torino nelle motivazioni della sentenza con la quale hanno assolto la donna, Elena Romani, dall'accusa di omicidio. Nella casa di Roasio, quel giorno, c'erano solo la bimba, la Romani e il suo compagno, Cangialosi. Il collegio presieduto da Alberto Ogge' ha indicato in Cangialosi (prosciolto durante le indagini preliminari) il colpevole, spiegando che l'uomo ha compiuto ''un delitto insensato e feroce'' anche se non si tratta di ''un mostro''. Da qui la richiesta della Corte al tribunale di Vercelli di revocare la sentenza di non luogo a procedere.
Elena Romani aveva troncato la relazione con il padre naturale di Matilda nella primavera del 2004 perche' - si legge nelle carte processuali - non sopportava che consumasse cocaina. Nel dicembre successivo conobbe Antonio Cangialosi e dopo qualche mese ando' a vivere con lui nella villetta di Roasio. A provocare la morte di Matilda fu il gesto di un adulto. La bambina si trovava su un divano o su un letto, e qualcuno, per bloccarne i movimenti, le schiaccio' con forza la schiena con una mano o piu' probabilmente con un piede. La procura di Vercelli ritenne che ad agire fu la madre, che pero' fu assolta sia in primo grado che in appello. I giudici di secondo grado, ora, hanno ricostruito gli eventi di quella giornata e le personalita' dei protagonisti, arrivando alla conclusione che il colpevole e' Cangialosi. La Corte e' del parere che Matilda volesse raggiungere la mamma fuori dalla stanza, e Cangialosi, agendo con ''sconsiderata brutalita''', l'abbia fermata in quel modo. Si tratta, per i giudici, di un omicidio preterintenzionale. L'uomo ''e' un soggetto aggressivo e violento, orgoglioso della propria prestanza fisica, incapace di comprendere l'assurda crudelta' del modo con cui stava operando''. E voleva ''imporsi'' sulla bambina, la quale (secondo i giudici) ''aveva individuato d'istinto nei confronti del Cangialosi una figura ostile'', al punto da somatizzare reazioni di ''rigetto e fuga'' come frequenti ''conati di vomito'' e tentativi di ''rifuggire appena possibile dalla sua presenza''.