In migliaia per l'addio alle vittime di Messina
Arcivescovo, da amministratori opere concrete
10 ottobre, 20:07
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MESSINA - "Splendete per noi, angeli": nella frase scritta dalle studentesse di un istituto superiore, c'é tutto il senso del dolore con cui Messina ha salutato oggi i suoi "angeli", portati via dalla valanga di acqua e fango che una settimana fa si è abbattuta sulla zona sud della città. Parole rivolte alle 21 vittime di cui oggi, in Cattedrale, si sono celebrati i funerali solenni, ma soprattutto ai tre angioletti Ilaria, 5 anni, ed i fratellini Lorenzo e Francesco di 2 e 6 anni. Di questi ultimi non sono stati ancora trovati i corpi, ma oggi erano ugualmente "presenti" in Cattedrale, grazie a due palloncini bianchi con su scritto il loro nome legati alla bara della madre, Maria Letizia Scionti.
Un terzo palloncino è stato legato sulla piccola bara bianca di Ilaria, sulla quale le mani delle sue amichette di giochi hanno collocato due pupazzetti ed un disegno raffigurante un grande cuore. Straziante il dolore composto dei familiari davanti a quelle 21 bare, 20 avvolte nel tricolore ed una nella bandiera romena, poste davanti all'altare e coperte da cuscini di lilium gialli, composizioni di orchidee e rose rosse.
Occhi persi nel vuoto, arrossati per giorni e giorni di lacrime versate. Genitori, figli, amici, parenti, si sono ritrovati l'uno accanto all'altro, quasi in una sorta di abbraccio collettivo e consolatorio. Con un'unica eccezione. Raffaella non ce l'ha fatta a staccarsi dai sui figli, Leo e Cristian, di 23 e 22 anni, trovati abbracciati sotto le macerie della loro casa a Giampilieri superiore. Così come era stata accanto a loro nella fase delle ricerche, non si è scostata un attimo dai feretri. Seduta su una sedia posta tra le due bare, la testa sempre china, Raffaella non ha smesso un attimo di accarezzare quel legno in cui sono stati racchiusi i corpi dei suoi ragazzi per un lungo interminabile saluto.
Un saluto che è poi quello che hanno voluto tributare in tanti (oltre diecimila) affollando piazza Duomo per partecipare, seppure indirettamente, alla cerimonia officiata dall'arcivescovo di Messina, mons. Calogero La Piana, e concelebrata dall'arcivescovo emerito Giovanni Marra e dall'arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, presidente della Conferenza episcopale siciliana. Una messa solenne celebrata di fronte alle più alte cariche dello Stato: il presidente del Senato, Renato Schifani, in rappresentanza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, e il premier Silvio Berlusconi, oltre a ministri ed alle autorità regionali, provinciali e cittadine. E non è stato tenero con la politica mons. La Piana, più volte interrotto dagli applausi. "Il vostro silenzio, miei cari fratelli defunti - ha detto - è il grido più eloquente di ciò che tutti noi dobbiamo sperare, chiedere e gridare ai responsabili della cosa pubblica: restituiteci la serenità, dateci la garanzia di un piano di sicurezza, fatto di opere concrete e non di carte e di parole vuote e di circostanza. Perché simili tragedie non abbiano più ad accadere".
Il dolore con cui Messina ha accompagnato oggi i suoi "angeli" nell'ultimo viaggio, infatti, si accompagna alla rabbia per una tragedia "annunciata" come anche oggi hanno ripetuto più volte gli abitanti della frazione Giampilieri, la più colpita dal disastro, o del comune di Scaletta Zanclea. Ma oggi, tra i messinesi, la polemica ha lasciato spazio al dolore. Come quello di Giacomo, amico e collega dell'eroe di Giampilieri, Pasquale Neri, il sottocapo della Marina che prima di morire ha salvato otto persone: "era un ragazzo meraviglioso e a parte il gesto eroico si distingueva per la partecipazione a manifestazioni di solidarietà". O come quello di Annalisa, studentessa all'istituto tecnico commerciale Quasimodo, che Ilaria ed il fratello di otto anni che si è salvato, l'aveva conosciuta lavorando come animatrice in una colonia. "Era una bambina bellissima, scherzava, rideva, era sempre allegra", ha continuato a ripetere senza riuscire a trattenere le lacrime. E quando, al termine della cerimonia funebre, i palloncini bianchi con i nomi di Ilaria, Lorenzo e Francesco sono stati liberati verso il cielo, il pianto di Annalisa si è fatto più intenso. Come quello di tutta la città. (alessandro.sgherri@ansa.it).
GIAMPILIERI, 10 GIORNI DOPO
dell'inviato Francesco Terracina
GIAMPILIERI (MESSINA) - "Ricordo il buio della sera, il boato e le nuvole bianche come quelle che si vedono con la luce. Solo dopo mi hanno spiegato che non erano nuvole, ma il gas delle cucine". Dieci giorni dopo l'alluvione Giampilieri Superiore è un paese fantasma, Lucia Zagami è tra le poche persone ad essere rimaste. Porta due secchi d'acqua che riempie all'unica fontanella in funzione e li carica verso casa, "quella color rosa lassù - dice indicandola con un gesto della mano -. In via Madonna delle Grazie sono rimasta solo io, le altre case sono vuote".
La strada dove abita Lucia è la "linea Maginot" del paese: verso la collina non c'é più nessuno e non si può neanche arrivare al cimitero, che non ha potuto accogliere i morti. Hanno portato le bare a Messina, perché il camposanto non è accessibile. I morti di Giampilieri torneranno qui quando questa frazione di duemila anime, che finora conta 19 morti sui 28 ritrovati, sarà un posto sicuro. Anche il fratello di Lucia, Salvatore, riposa altrove. Per adesso è un via vai di ruspe, che nel dedalo di vicoli cercano di portar via la terra per trovare i piccoli Lorenzo e Francesco Lonia, 5 e 2 anni, tra gli otto dispersi del disastro. La loro mamma, Maria Letizia Scionti, l'hanno trovata davanti al portone di via Michelangelo Rizzo 1, che non è la casa dove abitava, ma l'ostacolo contro cui si è infranta l'onda di terra e acqua che l'ha trascinata.
Quella povera abitazione si è riempita di fango, l'hanno svuotata con una macchina che si chiama escavatore a risucchio, un mezzo che "innaffia" la terra indurita per poi aspirare la fanghiglia. Ma a lavoro finito in via Rizzo 1 hanno portato alla luce soltanto un divano e un tavolo. Poi la macchina si è fermata, per oggi non c'é più acqua. Dieci giorni dopo, le operazioni degli uomini dei soccorsi vanno avanti: la piazza è una discarica di terra, tirata fuori dai vicoli, dal "Centro culturale", dove un biliardo tocca quasi il soffitto.
I pompieri, che nel pomeriggio hanno ricevuto la visita del prefetto Francesco Paolo Tronca, capo del dipartimento nazionale dei vigili del fuoco, ripuliscono i mezzi come possono: un cacciavite serve a scrostrare il radiatore di una piccola ruspa e un badile è buono per sfangare l'abitacolo. Poi si ricomincia, passando e ripassando dal ponte sopra il torrente di cui, dieci giorni dopo, non si conosce ancora il nome: "Per noi - dice una signora - è la Ciumara storta di Giampilieri", cioé il fiumiciattolo che curvando tra le colline scende da Altolio fino al paese più a valle. Il torrente adesso ha trovato la sua strada "bucando" i muri di terra sotto i ponti.
Nella scuola di Giampilieri, trasformata in una sala operativa dei soccorritori, il capo cuoco (non vuole essere chiamato chef) Santo Bombaci comincia a pensare cosa preparare per la cena. Qui si mangia quello che c'é. Da tre giorni, spiega, manca il pane, "cibo che riempie e che dà energie a chi lavora tutto il giorno: facciamo 600 pasti a pranzo e altrettanti a cena. Oggi abbiamo pasta e un po' di carne, che serve anche per la gente del luogo. Non tutti hanno cosa cucinare a casa". Nel cortile della scuola Alessio, Emanuele, Alberto e Giacomo fanno quadrato seduti per terra o sulle sedie. Hanno da 14 a 16 anni, mangiano biscotti e bevono Coca Cola, "Alle 7 ce ne andiamo a casa. Qui non siamo rimasti in molti, i nostri compagni di scuola se ne sono andati a Mortelle, a Torre Faro, all'hotel Europa".
E' tutto molto sbrigativo da queste parti, le squadre dei vigili danno appuntamenti volanti alla gente che deve tornare nelle case pericolanti per prendere qualcosa. Hanno pochi minuti, poi devono scappar via. Sulle cause del disastro ognuno ha la propria opinione a Giampilieri, ma su una cosa sono tutti d'accordo: da qui non ci muoviamo. Hanno saputo che Berlusconi vorrebbe costruire un villaggio o due altrove, ma dovrà vedersela con gli sfollati, che sono un coro: "se qui è così pericoloso, perché non ci hanno mandato via due anni fa, dopo la prima alluvione? Hanno aspettato che accadesse la tragedia e adesso, per rispetto dei morti, noi restiamo".






