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Sharon, da strage di Sabra-Shatila a ritiro da Gaza

di Massimo Lomonaco

TEL AVIV - Tra il settembre del 1982 e l'agosto del 2005 corrono 23 anni, un lungo lasso di tempo per due facce di una stessa medaglia: quella di Ariel Sharon. La 'spada' dell'invasione del Libano con l'episodio del massacro di Sabra e Shatila (Beirut) e l' 'ulivo' del ritiro unilaterale da Gaza, fonte ancora oggi di infinite polemiche in Israele. Forse saranno proprio questi i due 'fatti' che consegneranno alla storia 'Arik, il 'Leone', morto oggi. Due fatti apparentemente contrastanti, suscettibili però di rendere di facile presa per l'immaginario collettivo la storia di un uomo dalla vita politica e militare ben più complessa. Da un lato, per alcuni Ariel Sharon sarà sempre l'uomo che in qualche modo ha permesso quella strage; dall'altro, resterà per diversi soprattutto il politico coraggioso che ha provato a scardinare con determinazione il conflitto israelo-palestinese. Lui, Arik, sembra aver percorso solo la sua strada. Per questo, nonostante sia stato censurato in quanto ministro della Difesa come responsabile 'indiretto' della strage di centinaia di palestinesi ad opera delle falangi cristiane nel Libano occupato da Israele, ha sempre respinto le conclusioni della Commissione di inchiesta del giudice Yitzhak Kahan che lo costrinsero alle dimissioni dall'incarico.

"Non ho alcuna intenzione di porgere volontariamente la mia testa su un vassoio... Che non si crei affatto l'impressione che presento le dimissioni! La mia testa è ora nelle vostre mani, la ghigliottina è nelle vostre mani... Grazie tante", sibilò ai suoi colleghi di governo e al primo ministro Menachem Begin sul punto ormai di votarne l'impeachment. Dimentichi, a suo giudizio, di quanto sangue fosse costata ad Israele la presenza delle milizie palestinesi di Yasser Arafat in Libano. Sharon del resto è sempre stato abituato ad essere una sorta di 'Cincinnato' al quale Israele è ricorso nel momento del bisogno: nel 1973, durante la guerra di Kippur, fu richiamato in fretta e in furia per salvare l'esercito dal tracollo di fronte all'offensiva egiziana e siriana.

E Arik non ci mise molto: era quasi in vista del Cairo, quando venne fermato dal governo che scelse il negoziato alla vittoria sul campo. Sharon, furibondo, lasciò tutto per protesta. Dopo Sabra e Shatila, Sharon resta per un po' nell'ombra rispetto alle grande politica, ma nel 1998-1999 è già ministro degli Esteri nel 1998-1999 con Benyamin Netanyahu premier. La sua influenza nel Likud - partito nazionalista scelto negli anni '70 proprio in opposizione al laburista Dayan - è sempre stata forte. Diventa premier nelle elezioni successive alla famosa 'passeggiata' del 2000 a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee, sacra per i musulmani, ma anche per gli ebrei, che la chiamano il Monte del Tempio. Nel febbraio 2004, al suo secondo mandato - dopo aver 'confinato' Yasser Arafat a Ramallah in Cisgiordania, fronteggiato la durissima Seconda Intifada palestinese e costruito la barriera di sicurezza che ha diminuito gli attentati in Israele - Arik annuncia unilateralmente che Israele si ritirerà dalla Striscia di Gaza occupata. Una decisione - come ha ricordato più di una volta il demografo israeliano di origine italiana Sergio Della Pergola, fra le persone interpellate allora da Sharon - dettata dalla necessità di preservare l'ebraicità e il carattere democratico di Israele, nell'ambito di una visione politica più complessiva, fondata su due Popoli per due Stati. La scelta per il 'falco' Sharon è irrevocabile: a nulla valgono le opposizioni, le dimostrazioni, le minacce dei coloni e anche le maledizioni dei religiosi più oltranzisti. Nell'agosto del 2005, circa 8.000 coloni abbandonano così la Striscia, molti di loro trascinati via dai soldati del loro stesso esercito. E le strade di Israele si divisero in due colori: l'arancione contro il ritiro e il blu a favore. In molti non l'hanno mai perdonato.

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