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LA GIORNATA POLITICA

di Pierfrancesco Frerè

10 dicembre, 20:42

IL DUELLO FINI-BERLUSCONI -  Nel duello senza esclusione di colpi tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini mancava solo l'irruzione dell'inchiesta giudiziaria sulla presunta compravendita di voti: un tocco che in fondo penalizza tutti, destra e sinistra, e che dimostra la debolezza dell'attuale quadro politico. I cambi di casacca, infatti, si sono succeduti dall'inizio della legislatura con una colorazione abbastanza trasversale e se l'opposizione denuncia pressioni a suon di denaro e consulenze su molti suoi parlamentari, la maggioranza replica di aver perduto per strada dal 2008 dodici deputati e Vittorio Sgarbi, con il consueto sarcasmo, dice che Fini è il primo ad aver comprato 34 deputati sottraendoli al Pdl. Ciò che colpisce é il fatto che nessuno nei due schieramenti sia sfiorato dal dubbio che la famosa crisi economica, il convitato di pietra di questa battaglia, possa essere stata la preoccupazione alla base dei dubbi e dei ripensamenti di chi tiene alla stabilità del Paese (valore cardine, è il caso di ricordare, che l'Ue invita a tutelare).

L'ATTESA - In realtà le operazioni belliche sono ormai avviate senza possibilità di ritorno e il voto del 14 dicembre ne costituirà solo la conclusione: lo scontro, a dispetto delle parole, non sembra prevedere prigionieri, ci dovrà essere un vincitore e un vinto. Del resto non potrebbe che essere così: non è vero infatti che una maggioranza risicata costituirà comunque un insuccesso per il Cavaliere. E' vero esattamente il contrario: non si capirebbe altrimenti l'accanimento berlusconiano nella ricerca di ogni singolo voto, sulla falsariga di quanto tentò anche Romano Prodi in ben due occasioni (1998 e 2008). Ciò che valeva per l'uno, vale anche per l'altro per un semplice motivo: la fiducia equivale alla sconfitta del progetto antagonista, in questo caso quello del terzo polo di Fini e Casini. Ne certifica l'impotenza numerica.

LA 'FIDUCIA RISTRETTA'- Ma anche in caso di vittoria, per il Cavaliere esiste un pericolo: quello della cosiddetta "fiducia di minoranza" che non raggiunga cioé la maggioranza assoluta dei voti della Camera ma solo quella relativa. Questioni di tecnica parlamentare che spiegano però la difficoltà di governare con un pugno di voti: una navigazione già dimostratasi in altre occasioni impossibile. E allora? Allora il quadro si chiarisce. Una fiducia ristretta dimostrerebbe comunque l'assenza di alternative (il governo tecnico) e autorizzerebbe Berlusconi a chiedere le elezioni al primo incidente parlamentare di un certo rilievo. Viceversa la sfiducia al Cavaliere trasferirebbe di fatto il timone della crisi nelle mani del capo dello Stato al quale Fli e Udc, gli elementi chiave, dovrebbero indicare la propria proposta per scongiurare le urne: in questo caso, tutto dipenderebbe dalla compattezza dell'asse del Nord, dalla tenuta del tandem Berlusconi-Bossi. Al momento non ci sono elementi per dubitarne. Dunque il ritorno al voto resterebbe l'opzione più probabile.

IL CALCIOMERCATO' DEI DEPUTATI - Proprio per questo motivo la polemica sul calciomercato rischia di avvelenare ulteriormente il clima, alimentando il discredito della classe politica e introducendo elementi di imprevedibilità e di destabilizzazione. Il Pd sosterrà la spallata al governo con una grande manifestazione di piazza domani a Roma. Il suo obiettivo resta un governo di transizione che, sulle ceneri dell'ultimo governo di Berlusconi, riformi la legge elettorale e vari una manovra di sviluppo economico. Un progetto che deve però fare i conti con le divisioni del centrosinistra: innanzitutto con l'insidia di Vendola che corre per la futura leadership (oggi Latorre avverte che il candidato del Pd resta Bersani) e poi con i rottamatori di Matteo Renzi che rimproverano al partito di essersi caratterizzato in questi anni non per le proprie idee ma per il puro antiberlusconismo facendo il gioco del Cavaliere.

GELO FINI-CASINI - Sullo sfondo affiora anche il gelo improvvisamente calato tra Fini e Casini dopo la trattativa imbastita dai "futuristi" con il premier ad insaputa dell'Udc: una mossa che non è piaciuta al leader centrista e che getta un'ombra sul futuro del terzo polo.

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