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La battaglia di Obama in nome di Kennedy

22 marzo, 07:50

di Cristiano Del Riccio

WASHINGTON - E' durata oltre un anno la battaglia del presidente Barack Obama per spingere il Congresso ad approvare la storica riforma della sanità, un'impresa tentata invano in passato da numerosi inquilini della Casa Bianca. Un anno che ha assorbito gran parte delle sue energie e del suo tempo, bloccando numerosi altri punti della sua agenda (dalla immigrazione al clima) per combattere una crociata in cui ha investito, con mossa ad alto rischio, tutti i crediti guadagnati con il trionfo elettorale del novembre 2008. Obama aveva lanciato la campagna per la riforma il 5 marzo 2009 con un inedito summit alla Casa Bianca che aveva visto la partecipazione di membri del Congresso, medici e infermiere, rappresentanti delle compagnie di assicurazione e farmaceutiche. Al grido di "adesso o mai più" aveva chiesto la cooperazione e le idee di tutti per giungere con "spirito bipartisan" allo storico traguardo di dare copertura sanitaria a tutti gli americani. Una battaglia combattuta nel nome di Ted Kennedy, il senatore che aveva fatto di questa riforma la causa della sua vita e che stava morendo dopo una lunga lotta contro il cancro.

Imparata la lezione del fallito tentativo di Bill Clinton, Obama si limita a enunciare i principi generali della riforma lasciando al Congresso il compito di mettere nero su bianco i dettagli. Il 13 maggio 2009 la speaker della Camera Nancy Pelosi dichiara che la riforma sarà approvata dal Congresso "entro il 31 luglio, prima della chiusura estiva". Ma quando giunge la scadenza tutto è ancora in alto mare. Lo spirito bipartisan è già svanito ed infuriano le polemiche. I parlamentari democratici, tornando in estate nei loro collegi, sono assaliti dai loro elettori. Obama, dopo un lungo silenzio, decide di scendere in campo con una serie di discorsi e di dibattiti pubblici: gli avversari stanno vincendo la battaglia della propaganda. Il 25 agosto muore Ted Kennedy, il più forte alleato del presidente, nonostante la malattia, nella campagna per la riforma. Obama convoca il 9 settembre il Congresso per un insolito discorso, a Camere riunite, sulla importanza della riforma. E legge una lettera ricevuta da Kennedy, poco prima della morte, dove la riforma è definite "un problema morale". Ma per Obama è una strada tutta in salita: se i repubblicani sono compatti nel 'no', i democratici sono divisi (alla Camera e al Senato) sul testo da approvare.

La Camera approva il suo testo il 7 novembre. Il Senato, dopo una lunga serie di voti, lo approva il 24 dicembre. Si tratta adesso di riconciliare i due testi. Ma il 19 gennaio arriva il fulmine a ciel sereno: il repubblicano Scott Brown conquista a sorpresa il seggio occupato per mezzo secolo dal democratico Ted Kennedy. Svanisce la maggioranza blindata dei democratici al Senato e svaniscono i voti per far passare la riforma. Si cerca con affanno un 'piano B'. Tra le idee: una versione ridotta della riforma. Ma la Pelosi si impunta: "Abbiamo la maggioranza più forte che mai avremo durante la sua presidenza", dice a Obama. Il presidente concorda: bisogna giocare il tutto per tutto. Il 25 febbraio convoca un summit sulla sanità, con democratici e repubblicani impegnati in un dibattito Tv a presentare le rispettive idee.

L'evento conferma il fossato enorme che divide i due partiti. Ma mostra anche che i repubblicani non hanno un piano alternativo, se non ricominciare da zero. Così Obama si rimbocca le maniche. Si tratta di convincere i democratici incerti a appoggiare la riforma vincendo la paura di non essere rieletti a novembre. Dopo 54 discorsi, 13 interventi radio, 9 dibattiti pubblici, 2 summit sulla riforma - Obama incontra nelle ultime ore decine di deputati ancora incerti. E alla vigilia del voto si reca al Congresso per un ultimo appello: "Non fatelo per me, ma per milioni di americani che stanno soffrendo. Vi sono momenti che offrono la possibilità di far diventare realtà i sogni e le speranze che avevate su voi stessi e sul vostro paese: questo è uno di quei momenti".

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