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La mattanza della divisione 'Aqui'

11 gennaio, 20:04
La mattanza della divisione Aqui - I resti delle salme dei soldati italiani sottoposti ad esecuzione sommaria il 22 settembre 1943
La mattanza della divisione Aqui - I resti delle salme dei soldati italiani sottoposti ad esecuzione sommaria il 22 settembre 1943
La mattanza della divisione 'Aqui'

ROMA - Ancora oggi, a quasi 67 anni dai fatti, non è ancora chiaro quanti militari italiani morirono nel settembre '43 sull'isola di Cefalonia, in Grecia: gli studi più recenti stimano in circa 2.300 i soldati uccisi durante la battaglia e massacrati a sangue freddo dopo essersi arresi, mentre 1.500 morirono nell'affondamento dei tre piroscafi che avrebbero dovuto trasportarli nei lager nazisti. In ogni caso, fu il peggiore eccidio di militari italiani prigionieri commesso dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Nel caos dell'8 settembre '43, il generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui, cerco' in ogni modo di trovare una strada che consentisse di salvare al tempo stesso l'onore - rifiutando il disarmo - e la vita dei suoi "figli di mamma", evitando una battaglia che giudicava persa in partenza.

Le trattative con i tedeschi proseguirono così fino alla notte del 14 settembre quando Gandin, con una sorta di 'referendum', chiese direttamente ai militari della Divisione cosa volessero fare. Scelsero di "combattere, piuttosto di subire l'onta della cessione delle armì", come disse nel 2001 Carlo Azeglio Ciampi, secondo cui Cefalonia fu "il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo". I bombardamenti degli Stukas cominciarono la mattina del 15 settembre. Il 22 la Acqui si arrese. La vendetta tedesca fu spietata e senza alcuna giustificazione. Testimoni raccontano di fucilazioni di massa di prigionieri. Gandin fu fucilato il 24 settembre, insieme al suo Stato maggiore. Molti cadaveri furono bruciati e gettati in mare. Dal punto di vista giudiziario, a questa strage corrisponde uno dei più clamorosi casi di giustizia negata che si ricordi: l'unica condanna resta quella a 12 anni inflitta dal tribunale di Norimberga al generale Hubert Lanz, che ne scontò solo tre. In Italia, nel 1957, il giudice istruttore militare assolse alcuni ufficiali italiani, accusati di aver fomentato nella truppa la rivolta contro i tedeschi, circostanza che avrebbe portato al massacro.

Sempre nel '57 e poi nel 1960 si chiuse con un nulla di fatto il procedimento a carico di 30 militari tedeschi: un risultato su cui - secondo la maggioranza degli storici - peso' la volontà politica del governo italiano di non ostacolare il processo di ricostruzione della Germania e delle sue forze armate in un periodo in cui la Nato ne aveva bisogno. Nel 1964 venne aperta un'inchiesta anche in Germania, in seguito a materiale fornito da Simon Wiesenthal, il 'cacciatore di nazisti', ma la procura di Dortmund quattro anni dopo archiviò. Quelle stesse indagini furono riaperte nel settembre 2001: l'attenzione venne concentrata sull'operato di sette ex ufficiali della Wehrmacht.

La posizione di uno di questi, il sottotenente Otmar Muhlhauser, capo del plotone di esecuzione che fucilò Gandin, venne stralciata: gli atti passarono alla procura di Monaco che nel settembre 2007 dichiarò prescritto il reato a carico dell'imputato, non trattandosi - secondo il magistrato - di un omicidio aggravato, ma 'semplice'. L'8 marzo 2007 anche la procura di Dortmund ha archiviato l'inchiesta aperta nel 2001 a carico degli altri sei ex ufficiali tedeschi. Dopo queste archiviazioni le figlie di due delle vittime di Cefalonia, Marcella De Negri e Paola Fioretti, hanno presentato un esposto chiedendo di riaprire l'inchiesta. La procura militare di Roma (che non aveva avviato nuove indagini dopo il ritrovamento del fascicolo su Cefalonia nell' 'armadio della vergogna', nel 1994, proprio perché il fatto era stato già giudicato nel 1957) apre un fascicolo e, il 2 gennaio 2009, chiede il rinvio a giudizio nei confronti del solo Muhlhauser.

Il 5 maggio si aperta l'udienza preliminare, rinviata in un primo tempo a novembre per accertare le condizioni di salute mentale dell'imputato. Muhlhauser, però, l'1 luglio è morto nella sua casa in Baviera e il procedimento è stato archiviato. Adesso, inaspettatamente, la partita giudiziaria si riapre, con i due nuovi indagati.

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