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L'occasione perduta dell'Europa

Due nomine deboli frenano le ambizioni europee

19 novembre, 22:36

(di Stefano Polli)

ROMA - L' Europa non osa e decide di volare basso. Nel momento chiave per rilanciarsi sulla scena mondiale da protagonista, perde, ancora una volta, l'occasione e rimane schiava degli eterni veti incrociati, degli interessi contrapposti, dei compromessi al ribasso, della mancanza strutturale di coraggio e di visione. Il vertice che doveva decidere i nomi che dovranno coprire le due nuove figure istituzionali decise dal Trattato di Lisbona (il presidente stabile del Consiglio Europeo e il "ministro degli esteri" Ue) si conclude con due scelte giudicate tutto sommato deludenti, due nomi senz'altro rispettabilissimi ma che certo non fanno e non faranno battere il cuore dei cittadini europei. Herman Van Rompuy e la baronessa Catherine Ashton - rispettivamente primo ministro belga e commissario Ue al commercio estero - saranno i volti della nuova Europa che vorrebbe tornare sui palcoscenici globali con nuove politiche comuni. Nessuno può negare che si tratti di scelte non proprio di primissimo livello anche se - questo va detto - accontentano tutti. O quasi. Sono scelte fatte nel perfetto stile burocratico di un' Europa che si dimostra ancora una volta piuttosto debole e incapace di progettare o, semplicemente, di sognare. Una carica a un Paese grande e una a un Paese piccolo. Una ai popolari europei e una ai socialisti. Tutto secondo il "manuale Cencelli europeo".

Un manuale che non aveva impedito nei decenni passati di fare anche scelte coraggiose e lungimiranti, ma non è il caso di questa Europa che pare sempre più chiusa in se stessa, mentre il mondo intorno accelera e corre al tempo delle sfide del nuovo millennio. Sono contenti i francesi e i tedeschi che non volevano un presidente (Tony Blair) di prestigio, con una forte personalità e che potesse impedire all'asse Parigi-Berlino di continuare a guidare le politiche europee. In questo senso, Van Rompuy va benissimo. Sono contenti gli inglesi che hanno finto fino all'ultimo di continuare a sostenere Blair per pretendere sul filo di lana il "risarcimento" della carica di ministro degli Esteri. E sono contenti anche coloro che ricordano che le donne sono poco rappresentate nelle istituzioni europee. Forse sono contenti anche alcuni rappresentanti di alcuni Paesi dell' est che avevano ricordato il lontano passato politico di Massimo D'Alema, dimenticando però la sua lunga esperienza istituzionale come Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri di un paese fondatore dell' Europa.
Tutte queste soddisfazioni hanno però il difetto di fondo di riflettere interessi personali e nazionali e di tenere in poco conto quelli che dovrebbero essere i più ampi interessi europei. Per questo, probabilmente, i più contenti stasera sono coloro che - in Europa, ma anche altrove - vogliono un' Unione europea che possa navigare a un'onesta velocità di crociera, senza troppe accelerazioni e senza troppi slanci. Un' Europa che dovrebbe - il condizionale è tristemente d'obbligo - provare a inserirsi nei dialoghi continuamente in evoluzione tra gli Usa di Barack Obama, la Cina e le grandi realtà emergenti in molti angoli del mondo. Gli unici a non essere contenti sono coloro che sognano un' Europa guidata da grandi leader, capace di disegnare scenari adeguati ai grandi cambiamenti in corso, in grado di parlare con una unica, autorevole voce in campo internazionale. Ma stasera chi la pensa così sembra rappresentare una piccola, malinconica, minoranza.

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