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La testimonianza del giornalista ANSA: Così 20 anni fa feci cadere il muro

Willy Brandt mi disse: "Piccola domanda, grande effetto"

01 novembre, 22:17

Una immagine di Riccardo Erhman

Una immagine di Riccardo Erhman

di Riccardo Erhman

MADRID - Io sono quel giornalista italiano - per la precisione: fiorentino -, corrispondente da Berlino dell'agenzia ANSA, che alla famosa conferenza stampa del 9 novembre 1989 formulò la domanda in risposta alla quale il portavoce della RDT, Gunther Schabowski, annuncio la caduta del Muro. Sono passati 20 anni, ma la polemica è ancora aperta. Sia ben chiaro che l'annuncio fu espresso nel modo oscuro e complicato caro ai portavoce delle dittature comuniste e che il grande romanziere inglese George Orwell nel suo profetico " 1984" definì "newspeak": linguaggio aperto a più interpretazioni.

Schabowski disse più tardi (e lo scrisse anche in un libro) che la mia era stata una domanda "estremamente provocatoria" che "l'aveva spinto e costretto" ad annunciare le nuove "Regole di viaggio". Queste "Reiseregelungen" (detto in tedesco) equivalevano in realtà all'annuncio della caduta del Muro. In sostanza egli aveva detto che qualsiasi cittadino tedesco orientale da quel momento poteva varcare i confini della RDT, compresi - si noti bene - quelli di Berlino ovest, per poter andare all'estero. Unico requisito: un documento d'identità valido.

Un annuncio rivoluzionario, fantastico: era cambiato il mondo, ma quasi nessuno al momento lo comprese. Il fatto incredibilmente sorprendente fu che, dopo le parole di Schabowski, solo due persone - io e Eberhard Grashof, portavoce della rappresentanza di Bonn a Berlino est, si precipitarono fuori della sala per telefonare. Questo fece sì che l'ANSA ebbe un vantaggio incredibile, oltre 31 minuti, sulle altre agenzie che con molta cautela continuarono a lungo a parlare di "facilitazioni di viaggio" e poi di "apertura delle frontiere", ma non - come l'Ansa - di "crollo del Muro". Solo dopo molto tempo, vedendo le notizie dell'agenzia italiana, si cominciò a sospettare che qualcosa di veramente grosso stesse succedendo a Berlino. Grazie a Grashof, anche il Cancelliere tedesco Helmut Kohl, che si trovava in visita ufficiale a Varsavia, fu tempestivamente informato e piantò lì tutto per tornare a casa. Io non sapevo che la conferenza stampa era stata trasmessa in diretta televisiva e così avvenne che quella stessa sera alla stazione ferroviaria "di frontiera" della Friedrichstrasse, dove ero andato per seguire gli sviluppi, ero stato riconosciuto come "quello della domanda" dalla folla che aspettava per uscire ed ero stato festeggiato e per lunghi minuti portato a spalla da gente che gridava contenta "é lui, è lui...".

Una esperienza rara, forse unica, per un giornalista. Nei giorni successivi mi risulta che per lo meno cinque colleghi, due inglesi e tre tedeschi, avevano scritto nei loro servizi che " in risposta ad una mia domanda il portavoce del politburo... ". Per fortuna, l'inequivocabile testimonianza delle telecamere aveva posto fine a quelle pretese palesemente false. Ma non è stato del tutto così, perché appena pochi giorni fa un giornalista tedesco, Peter Brinkmann, ha dichiarato al "Wall Street Journal" che le famose domande le aveva poste lui e ha spiegato che pur mostrando la TV le immagini di Ehrman, è "incredibile" che il giornalista italiano potesse parlare "in perfetto tedesco" e che perciò era un altro - lui - a parlare. Lo sprovveduto non sapeva che io avevo avuto una nutrice tedesca e che parlo la bella lingua di Goethe (come anche l'inglese) praticamente dalla nascita. Dopo tanti anni si continua a dare importanza alla mia "domanda" .

Per quanto mi riguarda io continuo a sottolineare che anche in questo caso, come in quasi tutti i casi della vita, non sono le domande che contano, ma le risposte e che se, dato e non concesso, mi si dovesse riconoscere un merito, il mio è quello di aver capito immediatamente la risposta. Confesso che leggo con una certa amarezza le contestazioni che mi vengono mosse dai colleghi della stampa tedesca. Ma l'amarezza di queste voci denigratorie è però temperata dalla reazione nei miei confronti di due grandi tedeschi: del presidente federale Horst Koehler che pochi mesi fa mi dette la BundesVerdienstKreuz (la Croce Federale al Merito) e poi nientemeno che di Willy Brandt (che incontrai poco dopo la caduta) e che, abbracciandomi con entusiastico calore, mi disse: "Kleine Frage Enorme Wirkung" (piccola domanda, enorme effetto).

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