Pomicino, nel'92 nostri voti anti-Forlani

di Corrado Sessa

ROMA - Chi meglio di Paolo Cirino Pomicino, politico di lungo corso e ministro di fede andreottiana puo' raccontare la lunga notte dei coltelli che impedi' a Giulio Andreotti di salire al Quirinale nelle elezioni presidenziali del 1992? Paolo Cirino Pomicino, napoletano affabile e alla mano, conosce i retroscena della politica dell' ultima fase della Prima Repubblica e in una intervista all' ANSA ripercorre le lunghe serate del maggio del '92 quando nei palazzi della Politica si tessevano le intese per il Quirinale.

- D: Nei primi quattro scrutini, la Dc presenta un candidato di bandiera De Giuseppe poi si entra nel vivo e a quel punto cosa succede? - R ''Il giorno precedente alla nuova votazione, verso le 18, Forlani chiama Andreotti e gli dice: 'Giulio per me va bene, il candidato sei tu'. Nello stesso tempo, mi chiama a Palazzo Chigi Nino Cristofori. Quando arrivo, incontro Mino Martinazzoli che mi dice: 'Giulio mi ha chiamato e mi ha chiesto se avevo qualche contrarieta' sul suo nome e gli ho detto di no'. - D Poi pero' i vertici della dc ci ripensano. - R Si', e io me ne accorgo quando chiamo Vincenzo Scotti per irrobustire ulteriormente la candidatura di Andreotti. Lui pero' mi dice che per la 'corrente del golfo', (i dorotei ndr), il candidato ideale e' Forlani. Io capisco che qualcosa non va e gli dico che e' stato Forlani a parlare con Andreotti. Scotti mi riferisce di una riunione appena conclusasi con Gava, Pino Leccisi, Prandini, Bernini e altri. A questo punto Andreotti chiama al telefono Forlani, che e' al partito, e lui comincia a balbettare qualcosa e fa capire ad Andreotti che le cose stanno cambiando: 'Giulio, sembra che sul mio nome ci sia una maggiore convergenza...'. Peraltro sul nome di Forlani si stava convincendo anche la sinistra Dc perche' si sarebbe liberata la segreteria a cui voleva andare Ciriaco De Mita.

- D: A questo punto scatta la rivolta degli andreottiani - R: Non solo noi andreottiani: nella prima votazione dopo il ribaltamento delle posizioni i cosiddetti franchi tiratori sono andreottiani, mastelliani e socialisti della corrente di Signorile, contrari ad una convergenza sul nome del segretario della Dc.

A Forlani vennero a mancare 39 voti. Dopo questa votazione il capogruppo Gerardo Bianco riunisce i numeri due delle correnti e io gli dico che noi avremmo votato scheda bianca. Dopo pero' gli chiedo di chiamare Oscar Luigi Scalfaro (presidente della Camera ndr) per avere la rassicurazione che in caso di rinuncia di Forlani non si sarebbe candidato lui. Avuta questa rassicurazione da Gerardo Bianco, decido di convincere i miei a votare per Forlani ma ne convinco solo una parte. Infatti nella successiva votazione a Forlani mancano solo 29 voti. Insomma, una decina mi ha seguito ma Cristofori e altri irriducibili hanno continuato a votare scheda bianca. - D: Perche' voleva convincere la corrente andreottiana ad appoggiare Forlani che, nello spazio di una sera, aveva cambiato idea su Andreotti? - R: Ho insistito sul nome di Forlani perche' volevo che il Quirinale andasse comunque ad un democristiano e sapevo che Scalfaro non era della partita. - D: Poi arriva la strage di Capaci e cade il veto su Scalfaro? - R: Tutto si accellero' e la scelta si restrinse a Scalfaro e Giovanni Spadolini e fu Bettino Craxi a sponsorizzare Scalfaro perche' vedeva dietro a Spadolini l'appoggio di Repubblica. Comunque Scalfaro non mi perdono' mai il veto sul suo nome e da Presidente della Repubblica si oppose al mio ingresso al governo - D: Che lezione trae da quelle giornate? - R: I franchi tiratori ci saranno sempre, occorre convincere le persone a votare un nome o un altro ma il dramma della vita sono i sanfedisti che sono piu' realisti del Re. Nel caso di Forlani mi e' dispiaciuto che non sia diventato Capo dello Stato nel maggio del '92.

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