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Alla Stampa, applausi, lacrime e Nutella

di Luciano Clerico

In Piemonte il pudore è ancora un valore. Come il lavoro. E' da lì che viene quel proverbiale understatement sabaudo. Ma la vicenda umana e professionale di Domenico Quirico è stata vissuta con una partecipazione a Torino che, per una volta, anche nell'understatement sabaudo della Stampa qualcosa si è mosso: quando Domenico Quirico alle 7 della sera ha varcato la soglia del giornale, dopo 152 giorni di prigionia in Siria, nella redazione del giornale si è levato l'applauso. Commosso, collettivo, sincero, come se davvero quella redazione fosse a modo suo ''l'altra famiglia''. E la signora Quirico, Giulietta, si è sciolta in lacrime e abbracci. Tanti di quei volti li conosce da una vita. Così Domenico Quirico è stato accolto in serata dai suoi colleghi. Dopo una giornata per lui faticosissima, cominciata con Enrico Letta e Emma Bonino, proseguita con un lungo incontro in procura, e tutta ancora da terminare prima di poter riabbracciare le figlie, il giornalista a Torino ha voluto riabbracciare fisicamente il giornale. E di lasciare il 'pezzo'. "Grazie a tutti - ha detto Quirico, anche lui commosso - non mi sono mai sentito solo". Per il suo arrivo era stato allestito un brindisi collettivo nel salone centrale: pizzette, tramezzini, champagne, dolci. ''Non avete idea di quanto avessi voglia di un dolce - ha detto l'inviato di guerra gustando un cucchiaino di Nutella -. Erano 152 giorni che lo desideravo".

Applausi, sorrisi e lacrime, per una volta più forti del pudore piemontese. E lui, solitamente così silenzioso, ha cominciato a parlare, a raccontare, nel silenzio del giornale: "E' stata la fede a tenermi in piedi, e devo riconoscere che da solo non ce l'avrei fatta. Con Piccinin - ha detto il cattolico Quirico riferendosi al suo compagno di prigionia - ci siamo raccontati le favole di quando eravamo piccoli. Sono finito nella casa dell'orco e non ne uscivo più". Dai giornalisti ai poligrafici, dai dirigenti ai magazzinieri, tutti, ma proprio tutti alla Stampa di Torino sono contenti della liberazione di Domenico Quirico. Lo hanno atteso tutta la giornata, per salutarlo. Ma, nel frattempo, hanno lavorato come sempre, solo con un più di entusiasmo. "La Siria - ha raccontato ai colleghi - è un Paese abbandonato al demonio, che ha perso ogni capacità di umanità, ogni capacità di carità umana. Siamo stati trattati come bestie. L'unico gesto umano in cinque mesi è stato quando mi hanno dato un telefonino per poter chiamare la famiglia". L'inviato di guerra ha riferito che per non perdere "il conto dei giorni e il senno" ha preso costantemente appunti su un taccuino. "Ma me lo hanno sequestrato. Era tutto ciò che mi era rimasto ed è stata una vera ferita per me. Per 152 giorni non ho potuto fare le tre cose che più mi interessano nella vita: correre, scrivere, leggere". Lo ascoltano la moglie Giulietta e il direttore Calabresi, i poligrafici e i colleghi. Sono stanchi e contenti. Tutti. "Grazie, grazie, siete la mia seconda casa" aggiunge Quirico. Poi, quasi timidamente, chiede: "Posso avere ancora un po' di Nutella?"

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