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Franzoni 'libera' per l'addio al suocero nel 2010

di Michela Suglia

Fuori dal carcere per un giorno (il primo in due anni) ma sofferente per la scomparsa di "un uomo perbene" che ha sempre creduto nella sua innocenza. Il 31 agosto 2010 è stata una giornata 'speciale' per Annamaria Franzoni. Da oggi vicino alla tomba del piccolo è sepolto il nonno paterno Mario Lorenzi, morto a 73 anni per una malattia.

Per partecipare ai suoi funerali la Franzoni ha chiesto e ottenuto un permesso dal tribunale di sorveglianza, il primo dalla notte del 21 maggio 2008 in cui è entrata alla Dozza.

Una boccata di ossigeno durata alcune ore, dalla mattina fino al pomeriggio, sempre scortata dalla polizia penitenziaria in borghese ma sempre assieme al marito Stefano e ai due figli, Davide e Gioele, che ha potuto riabbracciare da donna apparentemente libera. Verso le 10 è arrivata nella chiesa di San Procolo nel centro di Bologna dove è stata celebrata la messa in ricordo del suocero. Poi prima di pranzo una breve cerimonia nella chiesetta di Santa Cristina a Ripoli Santa Cristina, il paesino sull'Appennino bolognese dove Annamaria e la sua famiglia si erano trasferiti dopo l'incubo di Cogne. Subito dopo la tumulazione nello stesso cimitero dove riposa Samuele, come aveva anticipato Stefano Lorenzi in un ricordo del padre letto in chiesa. Difesa da un cordone di amici e parenti (che, in un clima molto teso, l'hanno protetta da giornalisti e fotografi sottraendola alla loro vista tutto il tempo), è rimasta nella sua casa di Ripoli fino alle 16.30. Poi in macchina di nuovo alla Dozza.

Una giornata eccezionale per la Franzoni, che ci teneva molto a esserci: dopo Stefano, Mario Lorenzi è stato l'uomo che più l'ha difesa pubblicamente. Tant'è che, come ha riferito uno dei suoi difensori, l'avvocato Paola Savio, oggi Annamaria "è una donna sofferente per la perdita di un uomo perbene". E ha aggiunto: "Le è mancato l'uomo che più è stato vicino alla sua famiglia per otto anni".

Nel 2004, subito dopo aver saputo della prima condanna a 30 anni, il nonno di Samuele si sfogò dicendo: "Ho la tentazione di chiedere la cittadinanza irachena piuttosto che quella italiana, e di strappare la carta di identità". E poi: "Non siamo correi di una assassina. Se ci fosse stato qualcosa ce ne saremmo accorti. Eravamo sul posto subito e non abbiamo mai avuto il minimo dubbio".

E fu sempre lui a portarle alcuni vestiti poche ore dopo l'ingresso in carcere. Anche per questo era importante per Annamaria che arrivasse l'ok del giudice di sorveglianza. Un permesso che però non è stato un privilegio, ha chiarito la Savio, presente anche lei ai funerali ("Mi faceva piacere esserci e non me l'ha chiesto nessuno"). Quello alla Franzoni "non è un permesso di quelli che solitamente vengono concessi in casi come questi", ha spiegato, in quanto la donna fuori dal carcere è sempre stata scortata, anche in chiesa. "La sua era una richiesta assolutamente normale - ha continuato - e la concessione dimostra che anche i giudici capiscono l'umana pietà".