Almeno 35 morti: un intero convoglio di giornalisti, parenti e sostenitori dell'aspirante governatore della provincia di Maguindanao, nel sud delle Filippine, rapiti e uccisi - con ogni probabilità dagli scagnozzi del clan rivale - proprio mentre si avviavano a depositare la sua candidatura alle elezioni del prossimo maggio. Anche per gli standard di una regione dove operano estremisti musulmani, ribelli comunisti e milizie al soldo di baroni locali, è stato un bagno di sangue.
Il gruppo, che viaggiava a bordo di diversi furgoni, è stato bloccato da decine di uomini armati vicino alla città di Ampatuan, sull'isola di Mindanao, 900 km a sud di Manila. Qualche ora dopo le forze di sicurezza hanno ritrovato 35 corpi - tra cui 13 donne - uccisi con colpi d'arma da fuoco e in alcuni casi mutilati. Mentre proseguono le ricerche degli altri sequestrati, che si teme siano sepolti nelle vicinanze, nessuno ha rivendicato la paternità della strage. Ma gli analisti puntano compatti il dito contro la famiglia di Datu Andal Ampatuan, governatore di Maguindanao da tre mandati e intenzionato a lasciare l'incarico in eredità al figlio. Le vittime dell'agguato erano tutte collegate ad Esmael Mangudadatu, vicesindaco di una città vicina ma appunto in procinto di candidarsi alla guida della provincia.






