Mamme profughe, sarte sognando l'asilo politico
Le donne ospiti con i figili delal Casa famiglia di Mais Onlus
17 giugno, 16:05(ANSA) - ROMA - Cuciono e sperano. Cuciono di tutto, dalle borse ai guanti, dai portaocchiali alle tovaglie. E intanto, sperano di entrare in possesso di un visto, dello status di rifugiato o dell’asilo politico. Sperano nel pezzo di carta che permettera' loro un futuro, lontano dai proprio paesi da dove sono scappate, per fame, per poverta’ e per violenza.
Sono le donne profughe seguite da una ong italiana in Sudafrica, Mais onlus (Movimento per l’autosviluppo internazionale nella solidarieta’), ospitate in una casa–famiglia, la Saint Cristopher’s a Yeoville (Johannesburg). Dieci donne per volta nella casa che accoglie anche i loro figli. Queste profughe arrivano stremate dallo Zimbabwe, dal Congo, dall’Angola o dal Mozambico; spesso camminano per mesi, si lasciano tutto alle spalle, la famiglia ed anche la casa, se ce l’hanno.
''Ho impiegato mesi per arrivare a Johannesburg – racconta Mary, ospite della casa e proveniente dallo Zimbabwe – ho preso mio figlio piu’ grande e siamo partiti. Abbiamo usato solo mezzi di fortuna e i nostri piedi; abbiamo chiesto un passaggio su un camion per attraversare la frontiera. Sono stati gentili, ci hanno nascosti sotto delle coperte ma noi non dovevamo fiatare, siamo stati in silenzio per ore''. ''Da noi le donne – dice Loredana Rabellino, responsabile progetti della ong – imparano un mestiere, di solito sono speranzose. Qualcuna e’ sieropositiva, a volte qualcuna muore''.
Oltre ad imparare a cucire, le mamme profughe sono assistite per tutto cio’ che riguarda la parte burocratica da seguire per ottenere i permessi vari; sono accompagnate ai consolati , ricevono la traduzione giurata dei documenti. ''Essere profughe in Sudafrica – prosegue Rabellino - comporta spesso non avere la possibilita’ di lavorare legalmente in quanto le procedure per ottenere l’asilo politico e lo status di rifugiato e’ molto lungo. Per questo insieme a Mais Africa diamo un’opportunita’ a queste madri in attesa di legalizzare la posizione nel paese o in attesa di un visto per l’Europa''. Spesso queste donne conoscono poco l’inglese, sono i loro figli a volte a fare da traduttori. Molte parlano francese, altre portoghese. ''Grazie al corso di cucito imparano e migliorano anche la loro conoscenza della lingua piu’ diffusa in Sudamerica''.
Ma il sostegno piu’ importante per le centinaia di donne passate alla Saint Cristopher’s e’ lo stare insieme. ''Non hanno molti amici con cui aprirsi, i corsi sono un momento per gioire insieme, ed anche per piangere insieme se necessario e trovare qualcuno disposto ad ascoltare e consolarlo''. Gli oggetti che realizzano le mamme profughe sono inviati in Italia. Sono regali per i sostenitori che ‘adottano’ un bambino a distanza. Mais onlus sostiene con queste modalita’ circa 300 bambini solo in Sudafrica, 1200 in 9 paesi nel mondo. Ogni donna e’ una storia, un dramma che attende il lieto fine.
''Sono povera, i mozambicani sono poveri ed io vengo da li’ – testimonia Jacqueline – ho sempre avuto il sogno del Sudafrica, non so perche’. Forse sentivo parlare mia madre di questo paese quand’ero piccola. E poi il Sudafrica era li' ad un passo ed io potevo farcela. Mi dicevano che tra me e il Sudafrica c’era un parco. Non mi sembrava difficile attraversarlo. Pensavo 'Se trovo un fiume lo attraverso' ed invece camminando ho trovato un leone di fronte a me. Sono morta di paura, ho passato un'intera giornata su un albero''.
Anche Francoise viene dal Mozambico: ''Quando tre anni fa i sudafricani ci hanno attaccati mi hanno picchiata. Io non avevo fatto niente, mi sono ritrovata spinta in mezzo alla gente impazzita e avevo tanta paura. Sono stata immobile sperando che si stancassero presto, non ho parlato, non mi sono ribellata. Avevo paura che mi violentassero. Sono stata fortunata perche' altri sono stati bruciati. Ora evviva... siamo tutti felici. Ci sono i Mondiali e tutto e' silenzio. Ma quando finiranno, scoppieranno altre violenze. Si respira cerca aria fra profughi e sudafricani poveri... Troppo, troppo vicini, troppo mischiati, troppo gomito a gomito. Ci picchieranno di nuovo''.













