Grazie al velo per la prima volta alcuni Paesi, come Arabia Saudita e Afghanistan, hanno 'schierato' ai Giochi le donne. Un risultato eccezionale che il Cio definisce "un messaggio importante". "Per la prima volta alcuni Paesi hanno delle donne in gara: è un simbolo molto importante - spiega in conferenza stampa il portavoce del Cio, Mark Adams - Il messaggio è stato chiaro e noi siamo assolutamente soddisfatti".
ECCO LA SAUDITA,MA PER LEI PARLA UOMO
dell'inviato Alberto Zanconato
Quasi immobile sul tatami. Timorosa e ammutolita davanti all'assalto dei giornalisti dopo il combattimento, con un dirigente - uomo - che parla al suo posto per dire quanto è "orgogliosa". Per le Olimpiadi sarà anche stata una giornata 'storica', con il debutto della prima atleta saudita. Ma l'interessata, la judoka Wojdan Shaherkani, è parsa schiacciata da una responsabilità più grande di lei e dei suoi 18 anni e stordita dal clamore di una disputa idelogico-religiosa che per settimane ha tenuto banco a livello mondiale. Al centro della contesa - occasione propagandistica non sgradita per questi Giochi - era il modo in cui l'atleta avrebbe dovuto coprirsi i capelli per rispettare la tradizione del velo islamico. I sauditi chiedevano che alla Shaherkani fosse permesso scendere sul tatami con l'Hijab, la Federazione judo internazionale poneva il veto, affermando che l'atleta poteva correre anche il rischio di rimanere strangolata. Il compromesso che ha salvato la moralità islamica e le esigenze di sicurezza é stato trovato su una specie di cuffia - opportunamente griffata da una stilista olandese - con la quale la judoka si è presentata nell'arena dell'Excel, trasformata suo malgrado in fenomeno mediatico e accolta dal boato di incitamento del pubblico.
"Sì, avevo molta paura", ammetterà alla fine l'atleta nelle dichiarazioni raccolte dagli addetti stampa dell'organizzazione e diffuse solo per iscritto. E si vedeva. Non più di un minuto e 22 secondi di lenta danza surreale con la portoricana Melissa Mojica, che alla fine la stende con un Ippon, per poi liquidare con poche parole la questione del velo islamico: "Per me Hijab o non Hijab non fa alcuna differenza, adesso devo pensare alla prossime avversarie". Poi per la folla di giornalisti di tutto il mondo, qui solo per la saudita, inizia l'attesa di poter parlare con la ragazza diventata l'oggetto (più che la protagonista) di una sorta di scontro di civiltà gonfiato oltre ogni proporzione logica, o il simbolo di una nuova era nella storia olimpica. Circola voce che la delegazione saudita abbia rifiutato la richiesta di una conferenza stampa. Poi si dice che arriverà lei a fare qualche commento, ma nessuno sa se si esprimerà in inglese o in arabo. Alla fine compare, ma con l'aria spaesata - complice forse la miopia - e chiaramente intimorita, con accanto i suoi custodi maschi che la tengono a distanza di sicurezza, oltre due transenne. In questa trasferta, del resto, il padre Ali Siraj, arbitro internazionale di judo che l'ha iniziata alla disciplina, ha sempre fatto sentire la sua presenza.
"Siamo molto fieri di lei, e ringraziamo tutti per il sostegno che ci avete dato, è stato un momento di svolta", dichiara il presidente della Federazione judo saudita, Hani Kamal Najm. Poi il gruppo infila la porta verso l'area atleti, off-limit ai giornalisti. Solo più tardi in sala stampa vengono diffuse le dichiarazioni della judoka: "Sono felice e orgogliosa, questo è l'inizio di una nuova era, spero che questo favorirà una più ampia partecipazione anche in altri sport". Intanto su Internet comincia il dibattito sulla cuffia speciale usata in gara, una delle 'capster' ideate dalla stilista Cindy van den Bremen per le ragazze musulmane che praticano sport in Olanda. Un'idea realizzata in collaborazione con "un Imam", dice sul suo sito. Mentre su Facebook un istruttore musulmano di arti marziali si dichiara sollevato: "Alhamdulillah ('sia lodato Iddiò), qualcuno ha avuto una grande idea che risolve il problema della sicurezza per le nostre atlete". Per risolvere quello di chi può parlare, invece, bisogna ancora attendere.
L'AFGANA: 'MAI VISTA DA TANTI UOMINI'
dell'inviato Alessandro Castellani
L'importante è partecipare, magari segnando un momento storico per la cultura e il paese da cui si proviene. E sorridendo all'idea che per una volta è bello, anzi normale "esser visti da tanti uomini". In attesa dei grandi nomi, e delle pantere dello sprint americane e giamaicane, sulla pista d'atletica delle Olimpiadi di Londra soffia il vento delle donne arabe, velate e perdenti ma comunque prime al traguardo che conta, quello dei diritti. La prima mattinata di gare, che regala uno stadio già pieno ma poi anche la pioggia che complica tante cose, ha in programma, quando ancora c'é un po' di sole, i preliminari dei 100 metri donne: prova che forse più di ogni altra regala una certa idea di sport globale e sfida i pregiudizi, distribuita in quattro serie con tanti nomi di ragazze che non arriveranno mai in finale ma per le quali è già un trionfo esserci. In particolare per chi viene da paesi in cui la donna è sottomessa.
Ecco allora che è il giorno delle sprinter velate in pista, coperte dalla testa alla punta dei piedi, che fanno del loro meglio e gareggiano in pieno stile olimpico: Iraq, Yemen, Giordania, Qatar, Afghanistan, Libano. Non sono sole, nel senso che c'é chi è più 'spogliata' di loro ma va in pista per lo stesso motivo: semplicemente poter raccontare di esserci stata ed aver vissuto un'esperienza unica, come nei casi di chi sprinta per San Marino (Martina Pretelli, 3/a in 12"41 ed eliminata nella quarta serie), Isole Comore, Kiribati, Laos, Isole Cook, Turkmenistan, Vanuatu e Nepal. E' quindi l'Olimpiade di De Coubertin, dell'universalità dell'atletica e di chi ha comunque vinto pur correndo 3 o 4 secondi più lenta delle altre. Oppure, come nel caso della rappresentante del Qatar Noor Hussain Al Malki, non ce l'ha fatta perché dopo i primi dieci metri si è accasciata a terra gridando per il dolore e toccandosi la coscia destra. Infortunio da preparazione non adeguata? E' possibile, ma ne è valsa comunque la pena.
A spiegarlo con chiarezza è una 'velocista di Allah' che la sua gara l'ha conclusa, la 23enne afghana Tahmina Kohistani, nettamente ultima nella 4/a serie con il tempo di 14"42, che però è il suo nuovo primato personale. Lei pur di correre all'Olimpiade ha perfino rischiato la vita, viste le minacce di morte ricevute da alcuni estremisti religiosi. "E' stato bellissimo - dice in zona mista -. Mi ero dimenticata che cosa volesse dire correre di fronte a così tanta gente. Sono fiera di essere qui come unica atleta donna del mio paese, ho realizzato un sogno. Spero che la prossima generazione di donne afghane si ispirino in qualche modo a me, lottino contro i pregiudizi anche se so quanto sia difficile: ma un giorno saranno fiere di me, e di avercela fatta anche loro" "Ho avuto tantissimi problemi, ma per me era troppo importante arrivare fino a Londra. So bene che non avrei mai potuto competere per una medaglia, ma oggi per me è come se ne avessi conquistata una d'oro".
Vale anche per la rappresentante della Giordania Rima Taha: "potete capire quanto sia stato importante esserci? - dice -. Il mio tempo di 12"66 è un enorme incoraggiamento per me e per tutte le ragazze del mio paese". Per qualcuna è stata una storica prima volta: mai una donna del Brunei aveva partecipato ad un'Olimpiade, perché il Sultano considera "una perdita di tempo" lo sport femminile, però Maziah Mausin ha cambiato il corso delle cose e oggi ha corso nella batterie dei 400. Pur eliminata, in 59"28 ha stabilito il nuovo record nazionale "e adesso sono veramente fiera di me stessa anche se per me Londra 2012 è già finita. Anch'io spero di essere d'esempio per altre ragazze del mio paese, e intanto farò di tutti per esserci a Rio 2016". Ma c'é stata anche chi l'impresa l'ha fatta, come l'irachena Dana Abdul Razak, seconda in 11"91 nella prima serie e sesto miglior tempo assoluto di questo turno preliminare. Roba da stropicciarsi gli occhi per questa ragazza, portabandiera dell'Iraq nella cerimonia d'apertura, che adesso qualche statunitense potrà sfidarla davvero.