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Stein, su Macbeth grande intesa con Muti

Sodalizio duo prosegue, anche in autunno a Roma e in futuro

28 luglio, 16:28
Il direttore tedesco Peter Stein Il direttore tedesco Peter Stein

(dall'inviata Flaminia Bussotti)

Alla Germania, almeno col cuore, ha detto addio. La sua nuova patria è l'Italia, ma la testa è tedesca, lucida e rigorosa come un pensatore eretico: Peter Stein, 74 anni, uno degli ultimi grandi registi europei, é a Salisburgo per la regia di Macbeth diretto da Riccardo Muti (prima il 3 agosto) e in un'intervista all'ANSA, parla del sodalizio col maestro, del rispetto verso l'opera, e di quando da bambino fuggì da Berlino in fiamme nel '45 per approdare proprio a Salisburgo. Non ha tempo per divagazioni o interviste, che infatti da' col contagocce.

E' concentratissimo sul lavoro e alle prove sembra un capitano sulla tolda della nave. Con Muti tutto è andato bene, "normale, come deve essere, si è creata fiducia reciproca, in più io parlo italiano, conosco la mentalità italiana, conosco lui nel suo lavoro, lo stimo". E' importante nasca "una situazione di fiducia, in cui poter dire al direttore, questa cosa per me è necessaria, questa incerta e su questa mi serve la tua collaborazione". Muti "é un grande musicista, specie per Verdi e quest'opera". La chimica fra i due ha funzionato, tanto che con ogni probabilità torneranno a novembre all'Opera di Roma con un nuovo Macbeth. E' un'impresa ardua perché i tempi sono stretti e manca ancora il contratto, "ma non potevo dire di no, Riccardo mi ha trattato così bene che non posso dire di no, lo faccio per lui".

Muti gli ha chiesto anche di fare Simon Boccanegra, che Stein ha già fatto in passato (con Abbado e Gatti)."Di solito non faccio due volte lo stesso lavoro", ma stavolta potrebbe fare un'eccezione perché non rimase contento di quella sua regia: "vedremo...". In Germania, comunque, ha chiuso, la mania del Regietheater (dove il regista la vince sull'autore) non gli lascia spazio "non posso fare più cose lì". "Si è creata una convenzione del teatro non convenzionale,si rischia la convenzione totale". Un po' è anche colpa sua perché negli anni '70 rivoluziono' il teatro tedesco, dicendo che tutto era ammesso: ma si deve avere un concetto, sapere quel che si fa", "oggi invece il regista si dichiara autore e non esegeta". Col Macbeth: "ho tentato disperatamente di realizzare tutte le proposte di Verdi, uno straordinario uomo di teatro che chiamava i cantanti attori". Per la prima di Macbeth alla Pergola a Firenze "fece un disegno per la scena in cui appaiono a Macbeth i fantasmi dei re: una ruota su cui dovevano sfilare gli otto spettri".

E qui Stein, questa ruota l'ha realizzata, proprio come voleva Verdi. Quanto all'attualità del Macbeth, Stein dice di "avere problemi con la ricerca isterica della modernità". Racconto l'opera nel contesto di Shakespeare e di Verdi". In Verdi, come sempre nei libretti, è più concentrato, tutto ruota attorno al potere, è più umano perché la concentrazione è sui due protagonisti. "Il racconto è semplice, lineare, una coppia che aspira al potere, un desiderio che sostituisce quello sessuale e uccide tutti gli altri:un tema eterno e moderno e io lo racconto come Shakespeare nella versione di Verdi". Lady Macbeth "é l' incarnazione del male, per lei conta la voglia dello scettro, anziché sessuale, lui è preda di malinconia,attacchi di follia e riflessioni, la Lady no, non trema".

Questa enorme pressione per il potere crea stress, fa crollare. Lui, essendosi scaricato un po' alla volta, "cade da eroe, da umano forte, alla fine non é pazzo anche se ha un attacco di malinconia alla morte della moglie pazza, sono due tipi diversi di follia, lui la esprime per gradi, lei di colpo: una profonda introspezione psicologica". L'opera è allestita nella Felsenreitschule, la suggestiva sala scavata nella roccia, che Stein adora sin da quando, negli anni '90, diresse la sezione prosa del Festival di Salisburgo: e' "come tornare a casa, è stato il mio teatro per sei anni, un luogo teatrale meraviglioso che richiede rispetto". A Salisburgo mise piede da bambino, in fuga con madre e fratello dalla Germania in fiamme alla fine della guerra. Era febbraio del '45 quando da una Berlino prossima alla capitolazione comincio' la fuga che dal porto di Stettino finì a Salisburgo. "Ricordo ancora le strade piene di cadaveri e rovine, l'Europa oggi è molto meglio, sbaglia chi dice che era meglio prima", conclude. 

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