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Le cicogne di Marrakech

Una comunità di uccelli ha scelto la medina della città araba come casa

02 settembre, 17:14
Cicogne a Marrakech (Foto Teresa Carbone) Cicogne a Marrakech (Foto Teresa Carbone)
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Quando si arriva per la prima volta a Marrakech capita che la prima cosa a scomparire, senza peraltro far sentire la mancanza di sé sia l’orientamento. Qualcosa di analogo deve essere accaduto, alcune decine di anni fa, ad una comunità di cicogne che oggi, indisturbate nidificano sulle Tombe dei Saaditi e si possono osservare dalla terrazza del ristorante Ni’Cigogne. Questi animali, dei quali ancora oggi si crede che siano auspicio di futura maternità, di consueto, nel loro tragitto di migrazione percorrono la cosiddetta rotta di Gibilterra per raggiungere i quartieri invernali africani, sorvolando il Marocco.

Questa rotta porta le cicogne dall’Olanda, Francia, Svizzera, Germania, Spagna e Portogallo in Niger, Senegal, Nigeria, Mali, e Ciad. Ma a Marrakech, disorientate dalle luci e dai segnali acustici, molte cicogne si sono fermate. E i marocchini le hanno accolte costruendo per loro anche un rifugio per curare i volatili feriti, che oggi ospita una fondazione per la divulgazione delle arti marocchine) il Dar Bellarj (bellarj in arabo significa cicogna).

Il vecchio ricovero per cicogne si trova all’angolo con una scuola coranica, la Medersa di Ali ben Youssef , fondata nel XIV secolo. Per secoli ha rappresentato la più importante scuola teologica dell’intero Nord Africa. Il suo cortile, in cui sembra essere sparito il caotico traffico dell’esterno, è caratterizzato da motivi ispano-moreschi con mosaici, colonne e complicati intarsi nel legno di cedro, a sostenere le balaustre dei piani superiori, dove, in 132 celle (di circa 3 metri quadri), venivano ospitati fino a 900 giovani adepti.

Le cicogne di Marrakech hanno scelto, come luogo di nidificazione, anche i dintorni della moschea Koutoubia il cui minareto rappresenta il punto più alto della città (70 m) e, secondo un regolamento cittadino, non c’è costruzione che possa superarla. Da qui l’analogo caso della Giralda di Siviglia.

Questa costruzione del XII secolo rappresenta il fulcro della vita religiosa di Marrakech. Cinque volte al giorno, dalla sommità del minareto arriva il messaggio del muezzin , che invita i fedeli a pregare nelle moschee (adhan), gli uomini rigorosamente separati dalle donne. E il venerdì, nella moschea, (sempre chiusa ai turisti), vi si radunano in migliaia. La costruzione deve il suo nome al fatto che ai suoi piedi, nel XII secolo, il sultano almohade Yacoub el-Mansour fece raccogliere 100 librai. E da ‘kutubiyyin’ che significa ‘venditore di libri’ si arrivò a definire il nome della moschea.

Oggi i librai non ci sono più ma recentemente sono stati ristrutturati dei giardini esterni, casa di molti gatti indolenti e di marocchini in costume berbero che si fanno fotografare con i turisti in cambio di qualche dirham, la moneta locale.

Turisti che, inevitabilmente, dopo un giro culturale saranno inghiottiti dai vicoletti dei coloratissimi suk in cui merci di artigianato locale si confondono con paccottiglia proveniente da ogni dove.

Nel suk c’è l’anima di Marrakech. Esiste, tra i commercianti, un ordine che è solo apparente e consiste nell’aver diviso le zone del mercato in base ai prodotti venduti: pelletteria, spezie, artigianato. Lunghe file di vasellame di varie forme e colori seguono voluminose ciotole di spezie con i relativi intensi odori, curry, zafferano, cumino e altre anche di origine poco chiara.

Una moltitudine di adulti, vecchi e bambini (poche le donne e quelle che ci sono indossano nella maggior parte dei casi il velo) gravita intorno alle botteghe in attesa dei clienti o semplicemente a spasso. Non bisogna però credere che il suk sia dominato da uomini a piedi, vi transitano, secondo oscure regole di circolazione, motorini, biciclette sgangherate, carretti e carriole e a volte anche taxi. E’ come un fiume che si muove tra spasmi e contrazioni per tornare poi, inspiegabilmente, a scorrere tranquillo.

Al calar del sole, il cuore pulsante di Marrakech è la piazza Djemaa El-Fna, che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio orale e immateriale dell’Umanità.

Per avere una visione globale della piazza bisogna salire sulle terrazze dei bar che la costeggiano. La luce solare degrada e il selciato si affolla di incantatori di serpenti e scimmie, suonatori, dentisti improvvisati, cantastorie e cuochi, perché la piazza è anche un grande ristorante a cielo aperto. Decine di cucine per niente improvvisate, per tutta la sera, sfornano zuppe di legumi, frittate di ogni sorta e imponenti grigliate di pesce e di carne, oltre alle tipiche spremute di arancia vendute on the road.

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